Per l’Europa un NO al referendum sulla giustizia

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Il NO alla consultazione referendaria del 22-23 marzo prossimo non è solo un impegno per la salvaguardia della democrazia in l’Italia, che pure ne ha un gran bisogno, ma è anche un contributo per un rilancio del progetto europeo.

Che la democrazia stia arretrando un po’ ovunque nel mondo non va dimostrato, ma non vanno nemmeno nascosti i rischi che la democrazia corre nell’Unione Europea, tanto nel suo attuale assetto istituzionale che in molti dei suoi Paesi membri.

Il processo di integrazione comunitaria mirava tra l’altro, come ci aveva ricordato Norberto Bobbio, a creare progressivamente una “democrazia tra le Nazioni” per rafforzare la “democrazia nella Nazione”, come i Trattati UE hanno tradotto nella creazione della cittadinanza europea che si aggiunge alla cittadinanza nazionale senza sostituirla, come dovrebbe avvenire per la sovranità europea rispetto a quella nazionale.

La tensione tra queste due polarità, nazionale ed europea, impatta inevitabilmente sul rispetto dello Stato di diritto su entrambi i versanti: se ne risulta indebolito uno, anche l’altro diventa più fragile, mentre il rafforzamento di uno contribuisce al consolidamento dell’altro.

Il quadro istituzionale comunitario non è esente da limiti e debolezze della sua democrazia, in aggravamento nel corso degli anni e in particolare in questo inizio secolo, dopo il fallimento del Progetto per una Costituzione europea e l’allargamento dell’UE a est

Fatta salva l’autorità della Corte europea di giustizia, le altre Istituzioni comunitarie faticano a muoversi verso una “democrazia tra le Nazioni”: restano insufficienti i poteri del Parlamento, si è indebolita la capacità di iniziativa della Commissione europea e continua a crescere il trasferimento di poteri nel Consiglio, grazie anche al cappio del voto all’unanimità, negazione di procedure democratiche.

Non conforta quanto avviene negli Stati membri quando si ha a mente l’indebolimento un po’ ovunque del potere dei Parlamenti e quello della magistratura, come assistiamo in Ungheria e immediati dintorni, ma non solo.

Basta una lettura attenta della pur prudente e istituzionale “Relazione sullo Stato di diritto nell’Unione Europea” per rendersene conto su più di un fronte, dall’indipendenza della giustizia alla libertà di espressione.

Si colloca in questo contesto anche la riforma della giustizia voluta dall’esecutivo italiano e imposta in Parlamento da una maggioranza determinata a blindare il governo e a prolungarne la vita in vista di ulteriori riforme volte a modificare la Costituzione in senso autoritario.

Tutto questo mentre si vuol far credere che nulla si tocca nei principi fondativi della Costituzione, un pò come avviene per l’art. 3.2 del Trattato di Lisbona, dove si afferma che “L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne…”, salvo poi non riempire questo spazio con politiche coerenti con i principi declamati.

Contrastare la deriva delle riforme che minano le fondamenta costituzionali in Italia va di pari passo con la costruzione di un argine in Europa all’indebolimento di una cultura delle regole condivise per evitare dí precipitare nel baratro degli “ordini esecutivi” che negli USA calpestano i poteri di controllo e lo stesso Congresso. Avvisaglie simili sono già rintracciabili anche nell’Unione Europea quando, per esempio, con il disinvolto ricorso all’art. 122 del Trattato, si impedisce al Parlamento europeo di esprimersi su decisioni importanti come nel caso delle misure di riarmo europeo.

Finché l’Italia, Paese fondatore delle prime Comunità europee, farà parte dell’Unione sarà interesse primario del cittadino tenere ben stretti i rapporti tra le due realtà, saldandole in particolare sul reciproco rispetto dello Stato di diritto, prima che sia troppo tardi.

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