Parti sociali e pari opportunità: una ricerca della Fondazione di Dublino

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Il Rapporto, pubblicato il 27 novembre scorso, esamina il livello di consapevolezza e presenza delle tematiche di genere e delle pari opportunità nelle organizzazioni sindacali e datoriali europee (partner sociali), facendo emergere le differenze esistenti tra i diversi Paesi ed esplorando i fattori che possono spiegarle e prendendo in esame le principali sfide che i partner sociali si trovano di fronte quando lavorano alla promozione della parità di genere all’interno delle proprie organizzazioni e nel più complesso scenario del mercato del lavoro.

Dal punto di vista del contesto politico, gli autori del Rapporto sottolineano l’esistenza di grandi differenze di genere per quanto riguarda l’accessibilità del mercato del lavoro, i modelli occupazionali e le condizioni di lavoro, nonostante il fatto che il tema delle pari opportunità figuri da tempo tra gli obiettivi dichiarati delle politiche UE.

Il Rapporto sottolinea l’esistenza di «segregazione occupazionale» sia di natura «orizzontale», sia di tipo «verticale» che si traduce in differenziale retributivo, differenze di partecipazione al mercato del lavoro e disparità di accesso ai ruoli apicali e decisionali, nonché in una diseguale ripartizione del lavoro di cura svolto in ambito domestico.

«In questo contesto – si legge nell’introduzione del Rapporto – i partner sociali europei hanno un importante ruolo sia nell’elaborazione della legislazione del lavoro e delle normativa antidiscriminazione, sia nell’implementazione di alcune rilevanti iniziative politiche».

Lo studio dimostra che ci sono differenze significative a livello nazionale: in 17 Stati membri si registrano «politiche ben sviluppate» in tema di parità di genere, realizzate dai partner sociali sia sul versante interno sia su quello dell’azione politica esterna. Sono, invece, sette gli Stati in cui le attività finalizzate alla parità di genere sono realizzate soltanto dalle organizzazioni sindacali (quindi non dai soggetti datoriali) e sono cinque (la ricerca è stata realizzata nei ventotto Stati UE e in Svezia) i Paesi in cui né  i soggetti sindacali né quelli datoriali realizzazioni azioni e politiche per la parità di genere.

Il legame tra la situazione generale di un contesto nazionale (misurato attraverso l’indice della parità di genere) e l’impegno dei partner sociali in tema non è chiarissimo e poco influente sembra anche il sistema delle Relazioni Industriali, cioè non è sempre detto che laddove le Relazioni Industriali sono più solide la situazione della parità i genere sia migliore.

Emerge inoltre abbastanza chiaramente come le azioni realizzate dai partner sociali per la diffusione della parità di genere siano decisamente più sviluppate sul fronte esterno che non su quello interno di ciascuna organizzazione. Questo elemento trova un buon dato di sintesi nel fatto che: «le organizzazioni nazionali hanno svolto iniziative limitate negli ultimi cinque anni per migliorare le loro performance interne di pari opportunità e di adeguata rappresentatività della componente femminile in ruoli decisionali».

In generale, poi, le strategie di azione interna sono più presenti nei soggetti sindacali (segnalati da 13 Stati membri) che in quelli datoriali (presenti soltanto in 5 Stati membri).

Per quanto riguarda gli strumenti maggiormente utilizzati per la promozione della parità di genere sul versante interno la ricerca segnala il sistema delle quote, ma anche la produzione di manuali e linee guida risultanti dalla realizzazione di percorsi formativi e di sensibilizzazione

Le azioni esterne sono in larga misura campagne, attività educative, nonché in azioni finalizzate all’inclusione del tema delle pari opportunità nelle politiche nazionali e nei contratti collettivi.

Anche l’impatto della crisi non sembra univoco: se da un lato non si riscontrano cambiamenti «nelle attitudini delle parti sociali rispetto al tema», il Rapporto segnala che in alcuni contesti nazionali, essa può avere ridotto il differenziale di genere, soprattutto laddove la condizione occupazionale maschile è peggiorata a causa delle perdite occupazionali in settori a prevalente manodopera maschile.

In termini di prospettive, infine, la ricerca mette in evidenza come, nonostante i molti passi avanti compiuti (si cita ad esempio il Quadro di azione sottoscritto da tutti i partner sociali nel 2005 come impegno a promuovere l’effettiva parità di genere) molto «resta da fare» agendo più sul versante della trasformazione dei modelli occupazionali  e sociali o sulla rimozione delle cause dell’ineguaglianza di genere  che non sul fronte  della sensibilizzazione con iniziative – spot.

Testo a cura di Marina Marchisio

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