Opinione pubblica e immigrazione: EU e USA a confronto

Negli Stati Uniti, sta cambiando inesorabilmente la demografia del voto ed è stato uno dei temi centrali della campagna elettorale di entrambi i candidati alla presidenza. In Europa, è terreno di scontro fra gli Stati, incapaci di riconoscere il potenziale strategico di una gestione comune del fenomeno che più di ogni altro sta trasformando le sue società: l’immigrazione.

I termini del dibattito sono fondamentalmente diversi ai due lati dell’oceano: mentre gli americani si dividono sulle rivendicazioni degli immigrati irregolari e sul diritto delle autorità locali di rafforzare i controlli alle frontiere, gli europei si interrogano, non senza qualche anacronismo, su questioni “a monte”: possono gli Stati continuare a illudersi di avere la sovranità sulle proprie frontiere? Evidentemente sì, perché – malgrado nell’ultimo decennio tutte le indagini Eurobarometro confermino che per la stragrande maggioranza dei cittadini europei la gestione dell’immigrazione dovrebbe essere di competenza dell’Unione Europea – nel corso dell’ultimo anno non sono state pochi i tentativi di “far da sé”: basti pensare al caso del Regno Unito che ha introdotto un limite agli ingressi di cittadini di paesi terzi con regolare permesso di soggiorno in uno degli altri Stati membri. Di che tipo di immigrazione hanno bisogno le società europee, e quali sono gli standard umanitari al di sotto dei quali l’Unione ha il dovere morale di accogliere i profughi, per quanto non desiderati? Quanto le attuali politiche di ingresso e di integrazione rispondono a logiche di breve periodo ed emergenziali, e quanto invece sono basate su un orizzonte temporale più lungo? Non ci è dato saperlo, perché i tavoli per la definizione di una politica comune dell’immigrazione e dell’asilo – lanciati con grandi aspettative all’inizio degli anni ’90 – hanno partorito ben poco, e mentre alcuni Stati hanno introdotto regole molto restrittive con l’intento di selezionare immigrati “high-skilled”, altri – tra cui spicca l’Italia – guardano ai flussi migratori come ad una soluzione temporanea alla domanda senza risposta di lavoro non qualificato nel settore dei servizi, senza interrogarsi sul divario di opportunità che questo tipo di politica migratoria crea inevitabilmente per i figli di coloro che sono destinati a restare.

La recente pubblicazione dell’indagine “Transatlantic Trends 2011” – un progetto congiunto di German Marshall Fund, Compagnia di San Paolo e Barrow Cadbury Trust – permette di approfondire le posizioni dell’opinione pubblica statunitense e dei principali paesi europei sui temi delle politiche di ingresso, degli effetti dell’immigrazione sulla società e dell’integrazione. L’indagine è al suo quarto anno e permette quindi di valutare gli andamenti nel tempo delle attitudini dei cittadini che, nonostante i toni allarmistici usati dai mass media nel corso del 2011, sono tutto sommato stabili, con una eccezione. A seguito della crisi umanitaria causata dalle “Primavere arabe”, nei paesi europei dove sono state condotte le interviste – Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna – è cresciuto il favore verso una cessione di sovranità all’UE sulle politiche migratorie, che ora si attesta al 42% (+10 punti rispetto all’anno precedente).  Anche se i trend nazionali sono tutti in crescita, bisogna notare che mentre ben il 47% degli italiani è favorevole a un ruolo più incisivo dell’UE, fra i tedeschi solo il 35% condivide questa opinione, mentre la percentuale si abbatte fra gli inglesi: 18%.

In generale, mentre le linee di frattura in Europa sono prevalentemente geografiche – con i paesi del Mediterraneo contrapposti a quelli dell’Europa continentale e, soprattutto, della Gran Bretagna – negli USA sembra contare molto di più l’appartenenza ideologica, con una forte polarizzazione fra Repubblicani e Democratici. Fra i sostenitori del Partito Repubblicano, 72% si dice “fortemente preoccupato” dall’immigrazione legale, mentre fra i Democratici questa percentuale scende al 48. Non solo: le “soluzioni” a questo problema differiscono fra i due schieramenti: se i primi escludono la possibilità di regolarizzazioni ex post (solo il 33% è favorevole), per i secondi questa è invece la strada da percorrere (58%). In ogni caso, una larga maggioranza degli americani (65%) sostiene le misure contenute nel “DREAM Act”, che concede la residenza permanente agli stranieri che hanno soggiornato irregolarmene per gran parte della loro adolescenza e sono iscritti al college o arruolati nell’esercito. Nonostante le tensioni degli ultimi anni, la costruzione storica dell’identità americana sul susseguirsi di ondate migratorie continua ad avere il suo peso. Infatti una percentuale minore, seppure ragguardevole (53%), è in favore della concessione della cittadinanza a qualunque individuo nato sul suolo americano, indipendentemente dallo status giuridico dei suoi genitori.

Come ultimo confronto fra il vecchio e il nuovo continente – fra le tante suggestioni offerte dal rapporto “Trasnatlantic trends” – consideriamo la propensione a considerare l’immigrazione come un fenomeno globale dalle radici profonde. I cittadini europei reputano l’aiuto allo sviluppo una politica chiave per la lotta all’immigrazione irregolare, e ciò è vero soprattutto fra i paesi mediterranei: Italia 44%, Francia 42% e Spagna 41%, mentre negli Stati Uniti solo l’11% degli intervistati ritiene che questo sia una strumento efficace. Forse questo è un buon punto da cui ripartire per l’Europa, superando le divisioni nazionali che le impediscono di farsi protagonista nella promozione di un progetto di sviluppo e pace che vada oltre i confini del continente, un ruolo che già da tempo l’UE dice invano di voler ricoprire.

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