Nubi minacciose sulla Palestina

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Benjamin Netanyahu aspettava con ansia l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Dopo otto anni di rapporti a dir poco freddi con l’amministrazione Obama, è finalmente giunto alla Presidenza degli Stati Uniti un uomo che, sebbene abbia ancora le idee poco chiare sulla politica estera del suo Paese e, forse ancor meno, su quella nell’insieme del Medio Oriente, si dimostra un interlocutore amico fedele di Israele e delle sue inquietanti politiche nei confronti della Palestina e del popolo Palestinese.

Ricevuto a Washington lo scorso 15 febbraio, il primo ministro israeliano è stato testimone in diretta dell’improvviso cambiamento di strategia degli Stati Uniti nei confronti del lunghissimo conflitto israelo-palestinese nonché della fine degli Accordi di Oslo, che prevedevano la creazione di uno Stato palestinese indipendente accanto allo Stato di Israele. Il presidente americano ha infatti per la prima volta dissociato l’obiettivo della pace fra Israele e Palestina dall’istituzione di due Stati.

Rispondendo a una domanda posta da un giornalista, il Presidente ha precisato:” Una soluzione a due Stati che non porti la pace è un obiettivo che non interessa a nessuno”. In poche parole, Trump, con questo cambiamento di posizione ha lasciato intendere che, per gli Stati Uniti, era indifferente una soluzione a uno o due Stati, purché tale soluzione, condivisa dalle parti in causa, portasse ad un accordo di pace. E’ una posizione ambigua che racchiude, dopo ormai settant’anni di conflitto e di prevaricazione politica di Israele sulla Palestina, tutti gli ingredienti per allontanare convivenza e sicurezza nella regione.

Sono dichiarazioni e prese di posizione quindi cariche di incognite e di interrogativi, che Benjamin Netanyahu, incalzato dall’estrema destra del suo Paese, fortemente allergica alla creazione di uno Stato palestinese, si è ben guardato dal chiarire.

Tuttavia alcune considerazioni sul futuro e sulla possibile soluzione ad uno Stato si possono già immaginare, a cominciare già dalla realtà dei fatti. In primo luogo Israele, incurante delle risoluzioni ONU che si sono ripetute negli anni nonché dello spirito degli Accordi di Oslo, non ha mai smesso di occupare con le colonie parte della Cisgiordania. Ad oggi, con questa politica, Israele controlla praticamente tutta la zona C (62% della Cisgiordania) rendendo praticamente impossibile la costituzione di uno Stato di Palestina. Su questo aspetto vanno tuttavia ricordate le parole di Trump sugli ostacoli che nuovi insediamenti, al di là dei limiti attuali, possono creare per raggiungere la pace.

In proposito, vale la pena ricordare la legge adottata alla Knesset il 6 febbraio scorso che permette di occupare legalmente da parte di Israele e dei coloni centinaia di ettari di terre palestinesi. Lo stesso dicasi di Gerusalemme Est, annessa da Israele nel 1980, continuamente occupata da nuovi insediamenti malgrado il fatto che i Palestinesi vorrebbero fare di questa parte orientale della città la futura capitale del loro Stato.

Ma l’abbandono di una soluzione a due Stati, benché sostenuta dalla comunità internazionale e anche dalla Lega araba, proietta ombre oscure anche sulla pretesa democrazia israeliana. Se Israele vuole infatti difendere la sua democrazia non ha altra strada che quella di riconoscere uno Stato palestinese. Che ne sarà infatti dell’inclusione e dei diritti dei Palestinesi, della loro partecipazione alla vita politica, economica e sociale di Israele, nonché della loro libertà di circolazione? Purtroppo su questi aspetti regna il silenzio assoluto e non pochi pensano ad una situazione che ricorderà quella così dolorosa vissuta in Sudafrica con l’apartheid. Non solo, perché non va inoltre dimenticata la pressione demografica palestinese che cresce in continuazione, con le sue conseguenze culturali, sociali, religiose e politiche sull’identità ebraica della nazione.

Ora purtroppo molto è nelle mani di un Presidente degli Stati Uniti che, oltre a non aver nessuna considerazione per l’ONU, forse non misura la complessità della situazione e la grande esasperazione di un popolo che non ha più visioni politiche per il suo futuro.

L’Europa potrebbe fare sentire la sua voce in proposito, ma purtroppo anche su questo tema sembra non essere più tanto unita.

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