Nagorno Karabakh: nuove tensioni nel Caucaso del Sud e alle frontiere orientali dell’Europa

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Nagorno Karabakh è una piccola enclave di 150 mila abitanti, in maggioranza armeni, situata nel cuore dell’Azerbaijan, autoproclamatasi indipendente nel 1992 quando l’Impero Sovietico si stava sgretolando giorno dopo giorno. La dichiarazione di indipendenza, mai riconosciuta a livello internazionale, ha messo in moto una guerra tra, da una parte la provincia secessionista, sostenuto dall’Armenia e dall’altra l’Azerbaijan. Un conflitto durato due anni, che ha causato circa 30 mila vittime, tra civili e militari, e più di un milione di sfollati, in particolare azeri.

Nel maggio 1994, dopo una consistente vittoria della provincia secessionista e dell’Armenia, sotto l’egida del Gruppo di Minsk (creato dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa –OSCE – composto da Francia, Russia e Stati Uniti) venne firmato un cessate il fuoco, dimostratosi poi una tregua fragile, sempre pronta a riaccendere i fuochi della guerra, tanto da non permettere fino ad oggi la conclusione di un accordo di pace che mettesse definitivamente fine al conflitto.

Il Nagorno Karabakh è uno dei numerosi vecchi conflitti irrisolti nati con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e che contribuiscono, soprattutto nel Caucaso meridionale, a mantenere sempre alta la tensione in una regione di grande importanza geo-strategica e geo-economica, e non solo per la Russia. Ricordiamo ad esempio i conflitti nelle Provincie secessioniste in Georgia dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, dove l’intervento militare russo nel 2008 sembra aver riportato le due Repubbliche de facto sotto il controllo diretto della Russia, unico Paese ad averle riconosciute, spegnendo così l’obiettivo di rispetto dell’integrità territoriale legittimamente perseguito dalla Georgia.

Ma anche se le tensioni nel Caucaso del Sud non si sono mai sopite, è necessario tuttavia constatare che dalla guerra in Georgia nel 2008 ad oggi i nuovi scenari politici della regione, i diversi interessi strategici delle grandi potenze e le guerre recenti che si consumano nel vicinissimo Medio Oriente hanno fatto si che il conflitto nel Nagorno Karabakh rivesta oggi un’importanza più inquietante e destabilizzante.

Da una parte la cristiana Armenia, dipendente ormai dalla Russia sia da un punto di vista economico che militare. Sul suo territorio sono inoltre dispiegate importanti basi militari russe, che Putin considera in posizione strategica. Di fronte un prospero Azerbaijan, ricco di gas e petrolio che transitano attraverso i corridoi energetici del Caucaso verso l’Europa e l’Italia, mai rassegnato a rinunciare a quella enclave che continua a considerare parte del suo territorio. Paese musulmano, l’Azerbaijan è sostenuto dalla Turchia, da più di un secolo in gelidi rapporti con l’Armenia a causa del genocidio. Una Turchia che, in questi ultimi tempi, non ha nascosto i suoi ardori (e il suo sostegno) nell’incoraggiare Baku alla riconquista del Nagorno Karabakh…

Una situazione più che allarmante, dove nemmeno la Russia ha interesse che un nuovo conflitto esploda alle sue già turbolente frontiere meridionali e alle porte di un Medio Oriente devastato da guerre, terrorismo e conflitti etnico religiosi e sul cui scacchiere sta giocando il suo nuovo protagonismo internazionale, militare e diplomatico. E soprattutto non ora, momento in cui i rapporti fra Russia e Turchia sono tesi più che mai.

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