
Raccontare il mondo impazzito nel quale viviamo è un’impresa, ne sanno qualcosa i corrispondenti dalla Casa Bianca, dal Cremlino o dagli altri luoghi del potere e quanti provano a leggerne gli schizzi che si spargono inevitabilmente fino a casa nostra. Non che sia facile raccontare quanto avviene nella politica italiana con i suoi intrecci e le sue manipolazioni dell’opinione pubblica e richiede pazienza anche provare a tradurre con parole semplici quanto avviene nella nostra complessa Unione Europea.
Nonostante i suoi trequarti di secolo di vita, l’Unione Europea resta una creatura ancora scarsamente conosciuta e, soprattutto inedita nel panorama delle Istituzioni internazionali, così come non assomiglia il suo assetto istituzionale a quello delle nostre democrazie nazionali.
In particolare l’UE resta una incompiuta “democrazia tra le nazioni”, come ricordato da Norberto Bobbio, un “unicum” nel panorama internazionale, che avanza con difficoltà verso la costruzione di una sovranità europea a rafforzamento delle sovranità nazionali.
Detto così sembra semplice, diventa difficile raccontarlo nella quotidianità delle relazioni, spesso sotto tensione, non solo tra i governi nazionali e le Istituzioni europee, ma anche all’interno di queste ultime.
Se da una parte questo è il prezzo da pagare per la costruzione del processo di integrazione economica e politica comunitaria, dall’altra è necessario provare a semplificarne la complessità perché i cittadini, conoscendo meglio l’UE possano valutarne l’operato ed esercitare il loro diritto democratico di consenso o dissenso.
Uno stimolo concreto alla semplificazione della complessità UE è di questi giorni il tema della “flessibilità” nel contesto della sorveglianza europea sul governo delle finanze pubbliche nazionali in una fase di emergenza economica e finanziaria, a fronte dei costi dell’energia e della difesa, alla vigilia della costruzione dei bilanci nazionali, oltre che di importanti elezioni per alcuni Paesi UE.
In questo quadro guadagna spazio la richiesta di “flessibilità” all’UE da parte di alcuni Paesi particolarmente in difficoltà, come nel caso dell’Italia, ancora in procedura di inflazione per deficit eccessivo, con un debito pubblico nel rapporto con il Prodotto interno lordo (PIL) vicino al 140% e un conto da pagare per i soli interessi che si avvicina quest’anno a 100 miliardi di euro.
E’ comprensibile che la Commissione europea e la Banca centrale europea siano preoccupate per questi sforamenti, compreso quello della Francia e non solo, e cerchino di proteggere gli argini convenuti con il Patto di stabilità, riformato nel 2024 e sottoscritto anche dall’Italia della Meloni che ne invoca deroghe, con un pensiero rivolto non a caso a una complessa vigilia elettorale.
Si vedrà cosa produrrà il dialogo in corso tra la Commissione europea e i ministri dei governi nazionali, già sapendo che sarà probabile il rinvio della decisione sulla flessibilità al prossimo 15 ottobre, quando si riunirà il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, dove siedono i veri “padroni del vapore”.
Se già sono complicate le regole e le procedure decisionali europee, figuriamoci quanto più lo diventano se frequenti “flessibilità”, richieste dagli uni e osteggiate da altri, intervengono a modificarne continuamente l’applicazione in un contesto istituzionale complesso come quello europeo.
Una ragione in più per provare con tenacia a semplificare complessità che rischiano di oscurare la lettura delle responsabilità in un contesto politico europeo dove è pratica corrente, da parte dei governi nazionali, di giocare allo “scaricabarile”, con il risultato di discreditare e indebolire un argine prezioso in un momento in cui i governi nazionali UE, in questi giorni, hanno reso le regole per i diritti dei migranti, come il diritto d’asilo, così “flessibili” da svuotarle.
Un altro concreto esempio di complessità europea da raccontare.












