L’Europa si muove sul fronte dei migranti

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Ci sono volute tante tragedie in mare, migliaia di vittime inghiottite dal Mediterraneo e migliaia di persone sbarcate sulle nostre coste in cerca di protezione e di futuro perché l’Unione Europea si muovesse con un po’ di coraggio e, speriamo, di solidarietà, per far fronte al fenomeno dei forti flussi migratori provenienti dal Sud. Le cifre delle tragedie sono contemporaneamente eloquenti e spaventose se si considera che solo nei primi mesi del 2015 il Mare ha già inghiottito più di 1800 persone, a fronte delle 3.600 del 2014. Se, da una parte, cresce anno dopo anno il numero delle vittime, dall’altra crescono anche i numeri dei rifugiati che riescono ad approdare sulle coste europee: nel 2011, anno d’inizio delle Primavere arabe, erano 70.000; nel 2014, con l’acuirsi delle tensioni, delle guerre e del terrorismo in Africa e in Medio Oriente sono arrivati più di 218.000 profughi. Numeri destinati a crescere nel prossimo futuro.

È per far fronte a questa drammatica situazione politica e umanitaria che la Commissione europea, sulla base degli orientamenti emersi nel Consiglio europeo del 23 aprile scorso, ha presentato un’agenda europea sull’immigrazione per il periodo compreso tra il 2015 e il 2020. Un’agenda che tuttavia dovrà essere approvata dal prossimo Consiglio europeo di giugno e dal Parlamento europeo e i cui temi principali fanno riferimento, in particolare, a politiche comuni in materia di diritto d’asilo, al traffico di esseri umani, ai controlli alle frontiere esterne, all’immigrazione irregolare e regolare. Tutti temi divenuti, col passare degli anni, di estrema urgenza e complessità, resi ancor più sensibili dall’ostilità crescente dell’opinione pubblica europea al riguardo.

I punti essenziali su cui poggia la strategia presentata dalla Commissione europea sono, in particolare il sostegno ai Paesi di origine e transito dei migranti, il controllo delle frontiere a sud della Libia e nei Paesi circostanti, interventi contro trafficanti e scafisti, e, soprattutto, l’obbligo della ripartizione dei profughi fra Stati membri sulla base di un meccanismo di quote. Punto, quest’ultimo, di grande controversia fra i Paesi membri dell’Unione, direttamente collegato al regolamento di Dublino in vigore e che vede, in particolare, la netta opposizione di Gran Bretagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. La proposta della Commissione prevede, infatti, in casi di emergenza e facendo ricorso ad un articolo del Trattato che, in materia, necessita solo di un voto a maggioranza e non all’unanimità, di distribuire nei vari Paesi membri, secondo criteri definiti, i profughi che sbarcano sulle coste meridionali dell’Unione (Italia, Grecia, Malta) e che, proprio per il Regolamento di Dublino non possono lasciare i Paesi di ingresso fino a quando non verranno esaminate le loro richieste d’asilo. Procedure che possono anche durare anni e che non rispondono più in modo adeguato ed equo ad un fenomeno immigratorio di tali dimensioni. La presentazione dell’agenda da parte dalla Commissione coincide oltretutto con la pubblicazione da parte di Eurostat sull’accoglienza nell’Unione nel 2014. Le cifre dicono che gli Stati membri hanno concesso lo statuto di rifugiato a circa 185.000 persone (rispetto a 626.00 richieste), soprattutto a Siriani, ad Eritrei e ad Afgani, in aumento di circa il 50% rispetto al 2013. I Paesi che più hanno accordato una tale protezione sono Germania, Svezia, Francia e Italia.

Infine, sul versante esterno dell’Unione, la Commissione europea prevede azioni per fermare le attività dei trafficanti nel Mediterraneo, volte ad intercettare ed eventualmente affondare, anche in acque territoriali libiche, i barconi degli scafisti. Ma per questo, l’Unione Europea vuole intervenire all’interno del diritto internazionale e si sta adoperando per ottenere un accordo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a breve scadenza.

Anche se la strada per avviare una nuova politica europea dell’immigrazione, basata sulla solidarietà, sul rispetto dei diritti umani e su una visione a lunga portata per la gestione di questo tragico fenomeno, è ancora lunga e piena di difficoltà, si può anche dire che a Bruxelles, oggi, un primo passo è stato fatto.

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