L’Europa esiste e resiste

211

A una settimana dalle elezioni è diventata più chiara, ma anche nuova e più complessa, la geografia politica dell’Unione Europea.

Il balzo in avanti della partecipazione di quasi 10 punti percentuali non deve ingannare: quasi metà degli aventi diritto al voto non si è recato alle urne, a significare che siamo ancora lontani da un’Europa di cittadini attivi e che molto resta da fare.

Tra chi ha votato, le novità non sono state di poco conto. Si è manifestata più che in passato la componente giovanile, all’origine in molti Paesi del successo dei Verdi e quella moderatamente moderna – o modernamente moderata – che ha consentito l’importante successo dei liberali.

Hanno perso terreno i due principali gruppi politici europei, con significative dislocazioni di voto: il Partito popolare europeo (PPE) declina nella vecchia Europa dei Paesi fondatori ad ovest e rimedia qualcosa in quella ad est; i Democratici e Socialisti (D&S) perdono al centro e recuperano in parte a sud.

Accanto a questi quattro potenziali pilastri del processo di integrazione europea emergono dai Paesi UE, senza o con ridotta soglia di sbarramento, una molteplicità frammentata di piccole formazioni o di partiti anti-sistema (come i Cinque stelle) alla ricerca di una difficile convergenza, come quella che dovranno trovare tre impostanti formazioni sovraniste, in competizione ostile tra loro, come la Lega italiana, l’estrema destra di Marine Le Pen in Francia e la formazione “corsara” di Nigel Farage nel Regno Unito. Quest’ultima, in caso di uscita della Gran Bretagna dall’UE, sarà anche all’origine di un’ulteriore modifica della nuova e provvisoria geografia politica dell’Unione.

I prossimi giorni ci aiuteranno a capire le dinamiche in corso per la formazione dei gruppi politici nel nuovo Parlamento. Per la loro esistenza sono necessari almeno 25 parlamentari provenienti da almeno 7 Paesi diversi: sono condizioni facilmente superabili da parte dei quattro gruppi di sicuro orientamento europeista citati sopra. Più difficile per altri partiti o perché di limitate dimensioni e molto frammentati tra loro o perché formazioni di rilevanti dimensioni, come quelle guidate da Matteo Salvini, da Marine Le Pen e da Nigel Farage, ma in difficoltà ad allargare il perimetro dell’aggregazione per rispondere ai criteri fissati per i gruppi politici. Senza dimenticare la “variabile impazzita” di Brexit, che da questa settimana perderà anche la regia, non proprio riuscita, di Theresa May e per Italia la possibile procedura di infrazione per eccesso di debito, in preparazione a Bruxelles nelle prossime settimane.

Meglio quindi valutare il nuovo paesaggio politico “a bocce ferme”, probabilmente in autunno quando si concluderanno le trattative in corso per comporre la cabina di comando delle Istituzioni UE e si capirà, forse, l’esito finale della “soap opera” di Brexit.

Tuttavia, nell’attesa di quel giorno, qualcosa già si può dire della nuova Unione che potrebbe nascere dal recente voto europeo: quella che esiste e resiste.

Una realtà che esiste da quasi settant’anni, e non è cosa banale per un’impresa del genere. In questa stagione difficile della storia, l’UE ha anche dimostrato di essere stata capace di resistere all’ondata nazional-populista che, secondo alcuni, minacciava di travolgerla: calcoli più raffinati sulla ripartizione dei voti limitano attorno al 25% il “nucleo duro” dei sovranisti, una minoranza certo robusta, ma non così temibile come annunciato.

Più temibili, a questo proposito, i molti governi nazionali conservatori che sono maggioranza nell’UE e con i quali bisognerà fare i conti in quel Consiglio dei ministri di un’Unione oggi a dominante intergovernativa.

Adesso è urgente che gli “europeisti”, provvisoriamente vincitori dopo aver resistito all’assalto sovranista, per continuare a esistere dimostrino di sapersi rinnovare e di essere capaci di allearsi tra di loro, con un programma di rilancio dell’Unione e con leader di statura in grado di portare a compimento quel programma.

Non sarà impresa facile per una maggioranza inedita nei numeri e plurale nella composizione, con visioni e priorità diverse. Non basterà consolarsi pensando che la “robusta minoranza” è anche potenzialmente più debole per le sue profonde divisioni interne, sarà anche necessario forzare il blocco dei veti incrociati tra i governi e le prevedibili tensioni politiche tra chi vorrà un’Europa più giusta e più verde e chi la vorrà più competitiva con meno regole e più in continuità con il passato.

Forse mai come oggi, perché l’Unione Europea resista ed esista, sarà necessario onorarne il motto: “Uniti nella diversità”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here