L’Europa è viva e lotta con noi

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Si è troppo spesso coperta di critiche l’“Europa matrigna”, per non dovere adesso provare scoprire un’altra realtà che si va progressivamente affermando sul Vecchio Continente, con l’Unione Europea che si appresta  a vivere una seconda nascita. La prima la vide risorgere dalle macerie della Seconda guerra mondiale con la scommessa di raccogliere, attorno a un progetto comune di integrazione economica, sei Paesi reduci da una “guerra civile europea”. Adesso a far riprendere vita quel progetto con 27 Paesi ci sta riprovando l’Unione Europea, forte di poco meno di mezzo miliardo di abitanti ma indebolita, prima da una lunga crisi economica con una conseguente caduta di coesione sociale e adesso da un’inedita crisi sanitaria, entrambe le vicende generatrici di macerie umane ed economiche tra i suoi cittadini. 

Un primo sussulto si era già avvertito nell’estate del 2019 con il cambio dei vertici dell’UE e l’ambizioso programma di lavoro proposto dalla Commissione europea, con il sostegno del Parlamento e con l’accordo del Consiglio europeo. Un programma che ambiva alla qualifica di “geopolitico”, non a caso nell’era dello “zio matto d’America”, Donald Trump, al quale era in parte dovuto quell’atteso soprassalto di orgoglio da parte di un’Unione da troppo tempo in letargo.

Molto più di un sussulto si è rivelato il terremoto provocato dal Covid-19 ad inizio 2020, al quale l’Unione ha risposto con relativa celerità: prima sul versante sanitario, nei limiti angusti delle sue competenze in materia, ma rilanciando la settimana scorsa con nuove iniziative per una salvaguardia comune europea della salute; poi su quello finanziario ed economico, dov’era meglio attrezzata, in particolare grazie alla forza propositiva della nuova Commissione in collaborazione con il nuovo Parlamento e alla “potenza di fuoco” di cui disponeva la Banca centrale europea, intenzionata oggi a proseguire sulla strada di una politica monetaria espansiva.

Adesso le coraggiose deliberazioni politiche adottate alla fine dello scorso luglio dal Consiglio europeo si avviano a tradursi finalmente in decisioni operative, in particolare grazie all’accordo intervenuto tra il Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri, rendendo possibile entro novembre l’accordo finale sul bilancio 2021-2027 e sul Recovery Fund  con i suoi 750 miliardi di euro aggiuntivi per rispondere alla crisi economica in corso.

Non è stato un compromesso facile da raggiungere con il Parlamento che chiedeva – ed ha ottenuto – un rafforzamento di 16 miliardi di euro per il bilancio settennale UE e regole più severe per l’accesso a questi fondi da parte degli Stati membri, con un pensiero rivolto a Polonia e Ungheria sotto procedura di infrazione allo Stato di diritto. 

Questo il risultato per quanto riguarda il versante della spesa; non meno importante quanto ottenuto sul versante delle entrate, reperite non con l’aumento dei contributi nazionali ma con risorse proprie europee, provenienti prevalentemente dal ricavato di multe per violazioni del regime di concorrenza e da alcuni futuri interventi di fiscalità europea. Da chiedersi se questo secondo elemento non si riveli a termine anche più importante del primo nel processo di “federalizzazione” dell’Unione europea, forse al punto di provocare non poche resistenze.

Era prevedibile che su entrambi i versanti si manifestassero ancora contrasti prima dell’adozione formale del bilancio e delle risorse proprie, soggette entrambe le decisioni al ricatto del voto all’unanimità, e successivamente per le ratifiche previste da parte dei Parlamenti nazionali. I giorni scorsi Ungheria e Polonia hanno annunciato di porre il veto su bilancio e risorse proprie, decisioni soggette al voto all’unanimità se venisse mantenuto l’accordo, adottato a maggioranza qualificata, sul rispetto dello Stato di diritto per l’accesso ai Fondi UE. Se da una parte questa procedura rallenta inevitabilmente le scadenze operative, ritardando la disponibilità delle risorse totali all’estate prossima (ma consistenti anticipi sono previsti), dall’altra mette in moto una dinamica che potrebbe accelerare il parto di una nuova Unione, liberata finalmente dal ricatto del voto all’unanimità, tornando viva e pronta a lottare per il benessere dei suoi cittadini.

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