“L’Europa che fu. Fine di un ciclo” di Pietro Rossi

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Pietro Rossi, storico della filosofia, ha studiato in particolare lo storicismo tedesco e i problemi metodologici della storiografia e delle scienze sociali.

Nel 2007, all’indomani del rifiuto francese e olandese del Progetto di Costituzione europea, si era segnalato con un saggio su “L’identità dell’Europa”, cercata nel suo sviluppo storico più che non in sue “radici” o nella sua essenza culturale-filosofica. Allora il tema prevalente era quello delle “molteplici ‘radici’ dell’Europa” e delle “identità” – rigorosamente al plurale – declinate in identità locali, nazionali ed europea.

L’Autore, con questo suo nuovo libro (L’Europa che fu. Fine di un ciclo, Il Mulino, 2017, 24€), torna sull’argomento ampliando ulteriormente la lettura dei “tempi lunghi” della storia di questo nostro continente, “piccolo promontorio dell’Asia”. Lo fa partendo da lontano, dall’Europa “prima dell’Europa”, seguendone gli intrecci successivi in uno “spazio mondo” dove nei secoli l’Europa ha guadagnato centralità, fino a raggiungere un’egemonia, tanto economica che politica.

Scorrono così capitoli ricchi di stimoli sul ruolo delle università, sui rapporti tra fede e sapere, sulla conquista degli oceani, sul mercato-mondo e il processo di industrializzazione. Di grande attualità i tre capitoli su “Formazione e declino dello stato nazionale”, “il tramonto dell’egemonia europea” e “l’impatto della globalizzazione” per concludere sull’”Europa divisa” “in un mondo plurale”.

Il filo della narrazione segue percorsi molteplici, con una ricorrente insistenza sul tema dei confini, sia interni che esterni all’Europa. Confini non soltanto fisici o politici, ma anche culturali: quelli che raccontano di un continente perennemente frammentato e che ancora oggi rivela molteplici “faglie”, che non sembrano in grado di rimarginarsi.

In questo racconto prevale la scienza dello storico, anche se si intravvede sullo sfondo la preoccupazione del filosofo almeno nel senso di “cercatore di relazioni”, se non addirittura alla ricerca di un senso o, almeno, di una traiettoria dell’Europa, dai successi della sua storia millenaria alle sue traversie di oggi.

Può sorprendere che il filosofo rinunci del tutto a rievocare lo spazio culturale della Grecia antica nella storia d’Europa o che lo storico sfiori appena la giovane storia dell’Unione Europea: poche pagine nel penultimo capitolo, non a caso con il titolo “L’Europa divisa”.

Probabilmente un’architettura del libro volta a non alterare gli equilibri della storia tormentata dell’Europa, reduce da secoli di ininterrotti conflitti con pochi brevi periodi di pace, come quello – pur relativo – che stiamo vivendo da settant’anni ad oggi.

Analogamente i molti avvenimenti ricordati sono lungi dall’essere circoscritti alla “piccola Europa” che, paradossalmente, nei corsi dei secoli diventa grande per lo “spazio mondo” che conquista, occupa e riesce a lungo a governare, nonostante le distanze che la separano dalle sue colonie.

Ne risulta un equilibrio spazio-temporale che scoraggia ogni visione narcisista dell’Europa e ci prepara alla comprensione dello spazio molto ridotto – economico e politico – che l’Europa occupa oggi e forse per sempre.

Al termine della lettura dell’”Europa che fu” viene da interrogarsi su quel sottotitolo non banale: “fine di un ciclo” e viene da chiedersi se si tratta di uno dei tanti cicli vissuti dall’Europa nel corso dei secoli o se finisca complessivamente il ciclo dell’Europa che fu, con poche speranze di nuove prospettive di ripresa di ruolo. Certo l’Autore non crede – e lo scrive – alla “fine della storia” alla Fukuyama, ma non sembra escludere “una fine” della storia europea, almeno nel secolo presente, come scrive nella conclusione del suo libro (pp. 271-272): una conclusione più severa di quella del suo libro del 2007, dove qualche speranza in più sembrava di intravvederla.

In un libro ricco di informazioni e di riflessioni sulla nostra storia è naturale che si pongano interrogativi sul presente che viviamo e sul futuro che ci aspetta.

Il presente è quello di un’Europa in difficoltà a ritrovare un ruolo nel mondo, ancora frammentata dopo anni di vita in comune: quanta la responsabilità di questa frammentazione nel mito risorgente delle sovranità nazionali, quasi una difesa dalla globalizzazione da una parte e delle spinte autonomiste dall’altra?

Per riprendere un titolo del libro del 2007, “L’identità europea”, davvero siamo un “continente inventato”? Solo perché le carte geografiche ci dicono che un continente non siamo o perché negli anni ci siamo illusi di poter essere un territorio coeso e solidale? E davvero non possiamo sperare che l’Europa, cinque secoli, dopo aver scoperto l’America, facendola diventare “europea” (p. 109 e p. 135), non sia capace di scoprire, magari inventare se stessa, diventando essa stessa “europea”?

E quale la permanenza ancora oggi, in quell’Europa “ampliata nel Quattro-Cinquecento”, dell’omogeneità da una parte e delle differenze che l’hanno segnata, in particolare a causa di persistenti “faglie religiose” (p. 163)?

Il libro risale la storia dell’Europa fino a identificare nell’Alto Medioevo la “formazione delle “nazioni” anche se gli stati nazionali nasceranno più tardi” (p. 173): si tratta allora per le nazioni di radici antiche e profonde che fanno dubitare del sogno del giovane Macron di operare una transizione da una sovranità nazionale a una sovranità europea, che detto da un francese suona ambizione audace.

Nè, sul finale del saggio, l’Autore sembra riporre molta fiducia nel progetto di una problematica, ma possibile, Europa a più velocità, quasi a chiudere il cerchio tra quella grande “Europa che fu” e quella di oggi, giunta inesorabilmente alla “fine di un ciclo”.

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