Le politiche dell’UE in materia di immigrazione

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Nell’ultimo rapporto pubblicato mercoledì 9 luglio da Amnesty International, è stato evidenziato come la politica messa in atto dall’UE in merito al controllo delle proprie frontiere mette in pericolo la vita e viola i diritti fondamentali dei rifugiati e migranti.

John Dalhuisen, direttore del programma “Europa e Asia centrale d’Amnesty International” afferma: “L’efficacia delle misure dell’UE per contenere il flusso dei migranti irregolari e dei rifugiati è contestabile. Parallelamente, il costo in termini di vite umane è incalcolabile e tocca la vita di persone le più vulnerabili al mondo”.

Il controllo delle frontiere costa all’UE miliardi di euro ogni anno. Soldi spesi per erigere barriere e per costruire sofisticati sistemi di sorveglianza delle proprie frontiere. Basti pensare che tra il 2007 e il 2013 l’UE ha speso circa 2 miliardi di euro per erigere protezioni alle proprie frontiere mentre solo 700 milioni sono stati investiti per migliorare la vita dei rifugianti e la situazione di coloro che domandano asilo.

L’UE e gli Stati membri cercano di creare cooperazione e portano il sostegno finanziario in alcuni paesi come la Turchia, il Marocco e la Libia al fine di creare una zona tampone attorno all’Unione. Il fine è quello di bloccare le migrazioni e i rifugiati prima che arrivino alle frontiere dell’Europa.

Sempre John Dalhuisen afferma: “Gli Stati dell’UE pagano questi paesi per assicurarsi la sorveglianza delle frontiere al loro posto. Il problema è che molti di questi si dimostrano spesso incapaci di garantire i diritti dei rifugiati e dei migranti bloccati sul proprio territorio. Un gran numero di queste persone si ritrovano sovente senza risorse, sfruttati e privati della possibilità di accedere alle procedure di richiesta di asilo. Gli Stati membri dell’UE non possono scaricare i loro obblighi in materia di diritti umani affidando a paesi terzi il controllo delle frontiere. Questa cooperazione deve finire”.

I rifugiati e i migranti che superano le barriere europee rischiano di essere subito respinti. Amnesty International ha registrato dei casi di rimpatrio da parte di guardie di frontiera in Bulgaria e, in particolare in Grecia, dove questa pratica è molto frequente. Questi rinvii in patria sono illegali perché privano le persone del diritto di richiedere asilo e sono spesso accompagnati da atti di violenza che mettono in pericolo queste persone.

Non intervengono solo alle frontiere sud – est dell’UE. Ad esempio, nel febbraio del 2014, la Guardia civile spagnola ha sparato proiettili di gomma e gas fumogeni su circa 250 migranti e rifugiati che erano arrivati a nuoto dal Marocco e si trovavano sulla spiaggia di Ceuta, enclave spagnola nell’Africa del nord: 14 persone sono morte, 23 che erano riuscite a raggiungere la riva sono state immediatamente rimandate indietro, senza avere avuto la possibilità di fare domanda ufficiale di asilo.
”Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, (…) la risposta dell’Unione europea a questa crisi umanitaria consista nell’aggravare ulteriormente le cose. Circa metà delle persone che cercano di penetrare irregolarmente sul territorio dell’UE scappano da situazioni di conflitto e di persecuzione in paesi come la Siria, L’Afghanistan, l’Eritrea o la Somalia. Occorre dare ai rifugiati la possibilità di entrare legalmente e in sicurezza nell’UE cosicché non abbiamo come unica soluzione intraprendere un viaggio pericoloso”.

Davanti alla difficoltà crescenti di raggiungere l’Europa per via terrestre, i rifugiati e i migranti scelgono sempre più spesso di intraprendere la via del mare, più pericolosa, verso la Grecia e l’Italia: centinaia di persone muoiono ogni anno cercando di raggiungere le coste dell’Europa.
Dopo le tragedie che sono accadute a largo dell’isola italiana di Lampedusa, dove più di 400 persone hanno perso la vita nel 2013, l’Italia ha lanciato l’”operazione Mare Nostrum”: tale iniziativa di ricerca e di salvataggio ha permesso di soccorrere più di 50000 persone dall’ottobre 2013. Tuttavia ciò non è sufficiente. Durante i primi sei mesi dell’anno, più di 200 persone sono morte nel mar Mediterraneo e nel mar Egeo. Centinaia di altre sono sparite e con ogni probabilità sono morte.
John Dalhuisen ha infine dichiarato: “La responsabilità della morte di queste persone che cercavano di raggiungere l’UE è una responsabilità collettiva. Gli Stati membri dell’UE possono e devono seguire l’esempio dell’Italia e impedire che le persone affoghino in mare. Le tragedie umane alle quali assistiamo ogni giorno alle frontiere dell’UE non sono una tragica fatalità. Non è corretto pensare che l’UE non possa fare nulla. Gli Stati membri dell’UE devono dare la priorità alle persone e poi alle loro frontiere”.

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