Le parole scivolose nella conferenza stampa di Meloni

29

Non è facile, e non è qui un obiettivo, quello di sintetizzare le molte parole dette nella conferenza stampa di fine anno dal presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni e nemmeno quello  concentrarci sui molti intrecci evocati a proposito dell’attuale politica internazionale, condotta a colpi di randello da Donald Trump, l’”amico americano”.

Oltre l’immancabile richiamo alla “nazione”, intriga l’uso ripetuto da parte della presidente del Consiglio di due parole, tra le altre, come “diciamo” e “dopodiché”: la prima molto caratteristica della presidente, la seconda sempre più condivisa nel linguaggio largamente diffuso, in particolare su temi politici.

Sulla prima, “diciamo”, non è il caso di infierire: consideriamola uno sciatto intercalare romanesco , più dialettale che proprio della “Nazione” italiana, ma che tradisce una modalità espressiva in stile  “plurale maiestatico”, di chi vi ricorre – magari inconsciamente – per far valere il proprio potere, se non addirittura per considerare chiuso il confronto, come se si fosse tutti d’accordo.

Più sottile il veleno che potrebbe invece nascondersi nella generale ripetizione della parola “dopodiché”, soprattutto nella politica e, in questi tempi confusi, in particolare nei discorsi di politica internazionale ed europea.

A prima vista sembrerebbe l’innocua scansione tra quello che è avvenuto prima e quello che ne è seguito poi, e fin qui nulla di male. Dove la esasperata frequenza della parola solleva qualche sospetto emerge quando “dopodiché” esime dal prendere in conto un’altra più impegnativa parola: “perché?”, lasciando il punto interrogativo senza risposta. Un modo comodo per evitare di far emergere le origini dei fatti e di individuare le responsabilità delle azioni che si commentano, quando non di assolvere i prepotenti che le provocano, quasi fosse destino che quello che avviene non possa che avvenire.

Facciamo qualche esempio. Trump interviene militarmente in Venezuela e “dopodiché” non resta che da chiedersi come sarà governato il Paese ex-sovrano e come ci si approprierà del petrolio, tralasciando tranquillamente la violazione della legittimità internazionale.  

Sempre lo stesso autocrate annuncia che ha “assolutamente bisogno” della Groenlandia e “dopodiché” se ne prende atto e ci si appresta ad aprire un dialogo e magari avviare una compravendita.

Considerazioni che non valgono solo per i ”presunti” Grandi. Vale anche per quei pochi “presunti  coraggiosi” per i quali “l’UE non era unione, non aveva niente di comunitario” e “dopodiché” non è ben chiaro che ne sappiano della storia dell’Europa e che cosa abbiano fatto perché l’UE migliorasse né che cosa questa adesso debba fare per rassicurarli, mentre se ne stanno al caldo a sognare  poesie. 

E allora, poesia per poesia, ci viene in mente quella di Edgar Lee Masters in “Antologia di Spoon River”, con il suonatore Jones che, a proposito del disprezzato alcol,  “Sembra di sentirlo ancora/ dire al mercante di liquore:/”Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here