L’aria che si respira in Europa

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Sono passati oltre 25 secoli da quando uno dei primi filosofi greci, Anassimene, ci spiegò che l’aria era il principio di tutto: noi cominciamo a capirlo solo adesso, quando si annuncia che l’aria di oggi, inquinata e surriscaldata, potrebbe portarci alla fine del nostro pianeta, malmenato come non mai in questi ultimi due secoli, dopo il “miracolo” europeo della rivoluzione industriale.

Lo stiamo capendo meglio in questi ultimi giorni, a due mesi dalla Conferenza delle Nazioni Unite a Parigi sulla lotta al surriscaldamento climatico. A rendercene conto, dopo anni di inascoltati allarmi lanciati dalla scienza e dai movimenti ecologisti, ci hanno aiutato, da una parte, la vigorosa enciclica “Laudato sì” di papa Francesco, il mandato negoziale UE per la Conferenza di Parigi e le recenti dichiarazioni d’impegno di USA e Cina, in occasione della sessione plenaria ONU dei giorni scorsi e, dall’altra parte, lo scandalo del “dieselgate” Volkswagen.

Sulla lotta per la salvaguardia dell’ambiente l’Unione Europea vanta qualche importante successo, non priva di qualche caduta, con ritardi e omissioni, se non ipocrisie. Ripercorriamone rapidamente la storia, non solo per fare memoria del passato, ma anche per provare ad anticipare qualcosa del futuro che ci attende.

Nata all’inizio degli anni ’50, l’Unione Europea di oggi ha impiegato una ventina di anni a dedicare un’attenzione adeguata al tema dell’ambiente, presa com’era dagli anni della ricostruzione post-bellica e dell’industrializzazione galoppante. Quando finalmente aprì gli occhi, negli anni ’70-’80, non andò molto oltre un’incerta e timida strategia che faceva perno sul tema del “risanamento” delle ferite inferte all’ambiente. Per noi italiani il pensiero va all’ICMESA di Seveso e alla fuga di diossina nel 1976: sarà l’occasione per la Comunità europea, nel 1982, di dotarsi di una Direttiva per la prevenzione dei rischi industriali, ratificata dall’Italia solo nel 1988, ad oltre dieci anni di distanza dal disastro di Seveso.

Una prima svolta si registra all’inizio degli anni ’90, con il Trattato di Maastricht del 1992, troppo noto solo per l’ossessione dei parametri economici, ma che introduce altri temi innovativi, come quello della cittadinanza europea e quello dell’ambiente. Un tema, quest’ultimo, ripreso con chiarezza nel Trattato di Lisbona, attualmente in vigore, che vi dedica un capitolo importante, dopo che l’argomento era stato oggetto della “Carta dei diritti dell’Unione Europea” (art. 37) del 2000. Vale la pena citare per intero il § 3 dell’articolo 3 del Trattato di Lisbona: «L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico». Interessante enunciazione di obiettivi, tanto ambiziosi quanto poco realizzati, che sembrano fare il paio con un altro splendido e poco rispettato articolo 3, quello della Costituzione italiana.

Nella prospettiva disegnata dall’art. 3 del Trattato di Lisbona, la nuova strategia UE sull’ambiente dovrà fondarsi «sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio “chi inquina paga”». (art. 191, §2) C’è da sperare che alla Volkswagen – e altrove – questo articolo venga imparato a memoria e che l’UE non ne addolcisca l’applicazione.

Ne va della sua credibilità davanti ai suoi cittadini e agli interlocutori di tutto il mondo, riuniti a Parigi a inizio dicembre, ai quali l’UE presenterà le sue proposte per lottare contro il surriscaldamento del clima, perché tiri una migliore aria per tutti. A patto che si mostri subito coerenza e coraggio, a cominciare dalla vicenda Volkswagen e dintorni: in questa Unione dove, per riprendere George Orwell, «siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri».

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