“La Vasca del Fuhrer” di Serena Dandini

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Einaudi – 2020 (pp.256 – € 17,50)

Si chiama Elizabeth Miller Penrose la protagonista del sorprendente romanzo di Serena Dandini intitolato “La Vasca del Fuhrer”. 

Elizabeth è una donna americana, bellissima, dentro il suo tempo e oltre il suo tempo (1907 – 1977) capace di vivere molte vite in una sola, di sbarazzarsi vivendo di tutti gli stereotipi novecenteschi legati alla figura femminile, di fare lavori che nessuna donna prima di lei aveva mai fatto e che per molto tempo, dopo la sua morte resteranno appannaggio prevalente  del mondo maschile; di interpretare l’emancipazione femminile molto prima che il mondo ne scoprisse il significato e di arrivare poi a nascondere tutto, quasi a cancellarlo e a farlo dimenticarlo per concludere la sua vita nei luoghi e nel tenore di vita dell’aristocrazia inglese.  

«Preferisco fare una fotografia che essere una fotografia» diceva Elizabeth (Lee) a chi non capiva la sua scelta di abbandonare il ruolo di modella per diventare fotografa.

Fu dapprima fotografa d’arte, formatasi in ambiente surrealista e poi testimone e al tempo stesso protagonista della storia, quando concluso un lungo soggiorno a Parigi, torna negli Stati uniti e diventa per Vogue, lo stesso giornale che l’aveva lanciata come modella, inviata di guerra. 

Proprio da una foto scattata da Lee come inviata di guerra è dedicato il titolo del libro e attorno a quella foto ruota tutta la ricostruzione della vita di Lee, una biografia romanzata costruita con passione e rigorosa ricerca storica ma anche narrata con quel filo di ironia capace di rendere il lettore, complice, solidale e a tratti divertito. 

La foto in questione è in tutti i sensi una foto d’altri tempi, non solo perché in bianco e nero ma perché, fatta per durare, per restare e per continuare a colpirci, non solo per evocare un momento fugace e banale e darne notizia dall’ombra di un profilo social.

Elizabeth Miller è  immersa in una vasca da bagno, sguardo verso l’obiettivo, volto segnato e al tempo stesso feroce per terra scarponi sporchi di fango, una cornice  appoggiata sulla vasca da bagno. 

Nella cornice c’è  il volto di Adolf Hitler e procedendo nella lettura si scopre che gli scarponi sono quelli di Lee, che il fango è quello calpestato nel campo di concentramento di Dachau.

Siamo alla fine di aprile del 1945 e mentre Adolf Hitler si accinge a suicidarsi insieme alla sua compagna Eva Braun, Elizabeth arriva nell’appartamento in cui Hitler abitava prima di trasferirsi nel bunker. Vi entra dopo essere stata da inviata di guerra nel campo di concentramento appena liberato. Porta con sé tutto l’orrore per quello che ha appena visto, il disprezzo per chi lo ha reso possibile e un’ossessione della quale non si libererà mai più e che, per certi versi la porterà a distruggersi.

Per Elizabeth in quel momento, fare il bagno nella vasca del Fuhrer vuol dire purificarsi da quell’orrore, farsi fotografare vuol dire esternare tutto il disprezzo per la crudeltà di cui è stata testimone, tenere la foto del carnefice nell’inquadratura, vuol dire, in qualche modo “costringerlo a guardare”.

Parla dunque di storia dell’Europa “La vasca del Führer”, uno sguardo inedito e sconosciuto del momento dal quale tutti si è dovuto ricostruire e delle macerie dalle quali i padri fondatori hanno fatto nascere quella che è stata comunità e che oggi chiamiamo “Unione europea”.

Ma “La vasca del Führer” è anche un interessante tentativo di “guardare la storia” con gli occhi di una donna. Una donna intelligente, acuta, irrequieta e sempre in cerca occasioni per essere al centro della storia, ma anche una donna  rimasta all’ombra degli uomini ai quali si è stata legata da sentimenti di amore o di amicizia: Jean Cocteau,  Pablo Picasso, Salvador Dalì e forse prima di tutti loro, Man Ray, suo mentore e primo maestro che, lo si scopre leggendo il libro di Serena Dandini, è erroneamente ritenuto l’inventore della tecnica della solarizzazione, scoperta in realtà da Elizabeth.

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