
La settimana scorsa ha visto eventi importanti per la storia del mondo e dell’Europa convergere da questa parte dell’Atlantico, rubando la scena al padrone della Casa Bianca a Washington, convitato di pietra assente a questi appuntamenti.
In rapida successione, nel giro di pochi giorni, l’elezione a Roma di papa Leone XIV, le celebrazioni russe a Mosca della vittoria nella Seconda guerra mondiale e, poco dopo, la riunione a Kiev dei Paesi occidentali per il sostegno all’Ucraina.
Dell’elezione del successore di papa Francesco molto si è detto e scritto, forse anche troppo in attesa di meglio scoprirne il profilo intellettuale e pastorale, al di là della sua nazionalità americana temperata dalle sue ascendenze europee, dalle esperienze in America latina e dalla sua collaborazione con papa Francesco nella Curia romana.
Ha sorpreso molti la scelta di chiamarsi Leone, ad oltre un secolo dal suo ultimo omonimo: un nome impegnativo, a cominciare da Leone Magno, il papa che fermò Attila, quasi un messaggio ai prepotenti di oggi; per continuare, tra gli altri con Leone X, autore della scomunica a Lutero, confratello agostiniano del nuovo papa, ma soprattutto ricordando Leone XIII, il papa della grande enciclica sociale “Rerum novarum” e del rinnovamento intellettuale con la ripresa in chiave moderna della filosofia di san Tommaso. I suoi primi messaggi già lasciano intravvedere alcune sue priorità, tra le quali l’accento portato alla questione sociale di fronte all’irruzione dell’intelligenza artificiale.
Ma sono già tanti gli spunti per un pontificato alle prese con un “mondo a pezzi” che solo l’imperativo della pace, ripetutamente invocata, potrà ricucire.
Tutt’altra musica e fanfare a Mosca, alla parata militare per celebrare la vittoria sul nazismo e raccogliere attorno a Putin qualche simpatizzante e complice, tra i quali anche il Presidente slovacco Robert Fico, e il vero pretendente a governare quel pezzo di mondo, il Presidente cinese Xi Jiping, venuto a testimoniare la sua vicinanza al suo candidato-vassallo Vladimir Putin. A Mosca si è visto un pezzo di mondo lontano dalla ricerca di una pace universale, quale quella invocata da Leone XIV e ricercata con tenacia dall’Unione Europea, in attesa di un chiarimento con gli Stati Uniti.
In Europa l’attesa è anche quella di conoscere gli sviluppi del sostegno alla pace in Ucraina che potrà mettere a disposizione la “coalizione di volenterosi” riuniti a Kiev sabato scorso ad iniziativa franco-britannica. Nella capitale ucraina si sono dati appuntamento i Paesi dell’Occidente che, incerti sull’affidabilità dell’alleato americano nella NATO, cercano di costruire un’aggregazione a geometria variabile per venire in soccorso all’Ucraina e prepararsi a sviluppare una loro “autonomia strategica” nel quadro di una difesa multilaterale, in attesa che prenda forma una difesa comune europea.
Non è senza interesse rilevare che questa “geometria variabile”, che potrebbe preannunciare future dinamiche in vista di una futura Unione a più velocità, faccia perno su tre Paesi più uno: tra i membri UE, con il riattivato “Triangolo di Weimar” creato nel 1991 da Francia, Germania, Polonia e, appena fuori dall’UE, il Regno Unito che sta accorciando, giorno dopo giorno, la distanza con l’altra sponda della Manica.
Con tutto rispetto per gli altri Paesi UE, tutti importanti anche se di dimensioni minori, guidano le danze i tre di maggiore peso politico ed economico, con l’Italia che continua a segnalarsi per la sua assenza e le sue ambiguità, testimoniate anche dalla rinuncia della Presidente del Consiglio di recarsi con gli altri suoi tre colleghi a Kiev.
Non un buon presagio per l’Italia, Paese fondatore della Comunità europea, oggi riluttante a candidarsi come Paese rifondatore della futura Unione Europea.