La grande faglia dell’Europa

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Sono trascorsi solo alcuni giorni fra il discorso sull’Unione, pronunciato da Jean-Claude Juncker davanti al Parlamento Europeo a Strasburgo, e la riunione dei ministri degli Interni tenutasi a Bruxelles lo scorso lunedì 14 settembre. Solo pochi giorni che hanno rimesso in evidenza la profonda spaccatura creatasi non solo fra gli Stati membri dell’Unione ma anche fra questi, la Commissione e il Parlamento europeo. Tema centrale e priorità politica assoluta l’immigrazione, la crisi e l’afflusso dei rifugiati in Europa, mai così importante e numeroso dalla fine della seconda guerra mondiale. Le immagini trasmesse dai media, con il loro carico di vittime, in particolare bambini, e di interrogativi sul coraggio necessario per affrontare viaggi di una tale disperazione, hanno scosso con maggiore intensità coscienza e umanità di molti cittadini europei che non hanno esitato a dimostrare la loro solidarietà con i profughi e ad innalzare, qua e là, cartelli di benvenuto. Sembrava una prima, importante risposta dei cittadini al discorso del Presidente della Commissione, che sottolineava: «Non è questo il momento di cedere alla paura. È piuttosto il momento che l’Unione europea, le sue istituzioni e tutti gli Stati membri agiscano insieme, con coraggio e determinazione». A questo richiamo Juncker ha aggiunto proposte precise, sottolineate dalla consapevolezza politica delle dimensioni attuali e in prospettiva di questo fenomeno migratorio: «Mi appello agli Stati membri perché, in occasione del Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno del 14 settembre, adottino le proposte della Commissione sul ricollocamento d’emergenza di 160 mila rifugiati. È ora necessario intervenire senza più indugiare. Davanti all’emergenza non possiamo lasciare sole l’Italia, la Grecia e l’Ungheria. Come non lasceremmo solo nessun altro Stato membro dell’Unione. Perché se oggi si fugge dalla Siria e dalla Libia, domani potrebbe facilmente trattarsi di fuggire dall’Ucraina». Un appello colto in particolare dalla Germania, dove la Cancelliera Merkel, cosciente dell’importanza politica di superare malumori e opposizioni non solo in seno al suo stesso partito, ha aperto le porte del suo Paese ad un numero significativo di profughi siriani ed eritrei. Ma l’atteggiamento della Germania contrasta fortemente con quello di altri Paesi, in particolare quelli dell’Est europeo, che oltre ad innalzare barbarici muri e filo spinato come l’Ungheria si spingono persino a porre condizioni di tipo religioso come la Slovacchia. Ne esce da tutto questo un’immagine dell’Europa molto divisa, frammentata in diverse e contraddittorie reazioni nazionali e ben lontana da quell’esigenza di un approccio comune per superare questa sfida politica e morale.

Queste divisioni si sono puntualmente ritrovate alla riunione dei Ministri degli Interni del 14 Settembre: le discussioni, con anacronistico tempismo, si sono penosamente concentrate sulla redistribuzione di 40 mila rifugiati (numero ampiamente superato e proposto dalla Commissione nel mese di maggio), sull’ostinato rifiuto dei Paesi dell’Europa orientale di accogliere profughi e tanto meno di accettare quote obbligatorie e, cosa alquanto pericolosa e inquietante, sulla possibilità, per alcuni Stati membri, di reintrodurre controlli alle loro frontiere interne. Una possibilità di sospendere l’accordo di Schengen maturata infatti sulla scia della decisione della Germania, la quale, dopo le dignitose aperture fatte nei giorni precedenti, aveva reintrodotto temporaneamente, per ragioni tecniche ma anche politiche, controlli alle sue frontiere. La decisione di Berlino, anche se molto controversa, va infatti soprattutto letta come un forte segnale dell’urgenza di trovare una posizione comune fra gli Stati membri sugli orientamenti e le proposte della Commissione. In proposito, è utile riprendere la dichiarazione del ministro tedesco de Maizière che ha chiesto con urgenza «un chiaro impegno per la definizione dei centri per l’identificazione e una chiara descrizione del meccanismo per la redistribuzione, e tutto ciò con un concreto calendario». Non solo, ma lo stesso Ministro non ha usato giri di parole per evocare, nei confronti dei Paesi che rifiutano l’accoglienza, la possibilità di pressioni e per ricordare l’aiuto e la solidarietà ricevuti da questi stessi Paesi all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

E, infine, i ministri hanno dato il via libera alla seconda fase della missione navale EuNavFor Med, che permette l’uso della forza contro gli scafisti del Mediterraneo a partire dal prossimo ottobre, previo accordo dell’ONU.

Davanti a tanta incapacità di far fronte comune ad una delle sfide più gravi della nostra Unione, gli Stati membri si sono dati un nuovo appuntamento per il prossimo 8 ottobre. Una data lontana, che, si spera, contribuisca ad avvicinare posizioni tanto distanti fra loro. Ma c’è anche un barlume di speranza che un tale ravvicinamento possa avvenire sotto la spinta di un numero sempre maggiore di cittadini europei, che non hanno paura di impegnarsi e di continuare a scrivere a grandi lettere sui manifesti delle stazioni ferroviarie Willkommen, Bienvenu, Benvenuti

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