Kiev, tra Mosca e Bruxelles

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Si intensificano in Ucraina le manifestazioni a favore di un ravvicinamento del Paese all’Unione Europea, dopo che il Governo di Kiev ha deciso, a fine novembre e all’ultimo momento, di non sottoscrivere  l’Accordo di Associazione previsto nel quadro del Partenariato orientale. Una decisione che ha fatto seguito a quella dell’Armenia e che pone, in tutta la loro complessità, nuovi interrogativi e nuove prospettive sul ruolo della Russia sulla scena internazionale e in particolare per quanto riguarda le sue relazioni con l’Unione Europea.

Se, da una parte, l’Accordo di Associazione, negoziato per anni, aveva come obiettivi  principali di definire le future relazioni politiche con l’Unione Europea e il sostegno a riforme democratiche, di concludere un accordo di libero scambio che permettesse ai Paesi del Partenariato orientale (oggi sottoscritto solo da Georgia e Moldavia) di partecipare al processo produttivo europeo e di definire regole di mobilità e di circolazione nello spazio UE per i loro cittadini, dall’altra si è fatto sentire con forza tutto il peso politico ed economico del progetto di Unione doganale e di Unione Euroasiatica proposto dalla Russia.

Ed è sul crinale di questi due progetti, su cui convergono interessi geopolitici, economici, energetici e di sicurezza che si stanno ridefinendo le nuove relazioni Est-Ovest, con l’Ucraina al centro di un confronto che, per molti versi, appare alquanto squilibrato, almeno per quanto riguarda gli effetti a breve termine. Rinunciando a condividere un futuro, a prima vista problematico, con l’Unione Europea, l’Ucraina, nella morsa di gravi problemi economici, sembra aver fatto la scelta politica di una  cooperazione economica con la Russia. Tradotta in vantaggi concreti e immediati tale cooperazione significa un piano di aiuti finanziari, senza particolari condizioni, di 15 miliardi di dollari e la riduzione di un terzo del prezzo del gas fornito dalla Russia. Non poco, ma a termine con un prezzo alquanto elevato, se si considera che dietro alla questione del gas, una delle armi russe più pericolose, si nasconde la prospettiva di un controllo, da parte di Gazprom e della Russia stessa, sull’insieme dell’industria ucraina, assai avida di energia, nonché sui suoi  gasdotti, dai quali oltretutto transita il 60% del gas russo verso l’Europa.

Ed è su questa prospettiva che si esprimono soprattutto le inarrestabili proteste di Kiev. Proteste nate nel veder svanire le possibilità di un futuro diverso, fatto maggiormente di indipendenza e più vicino a quei valori con cui l’Unione Europea ha permeato tutta la sua storia. Certo, oggi l’Unione Europea attraversa un periodo molto difficile, tra disoccupazione, crisi economica, sfiducia dei cittadini, populismi rampanti, debolezza politica e incapacità a rispondere alle grandi sfide internazionali. Il suo progetto di partenariato con l’Ucraina non era probabilmente all’altezza, nel breve temine, né di salvare economicamente il Paese né di offrire prospettive sostenibili di adesione. Ma una cosa è certa.  Le manifestazioni di Kiev mandano a noi tutti cittadini europei un messaggio forte: l’Europa è ancora simbolo di democrazia, di libertà e di stato di diritto. Tocca a noi, ora più che mai, difendere questi valori e garantire sempre maggiore legittimità democratica all’Unione, sia al suo interno che sulla scena internazionale. È la nostra sfida più grande per il futuro.

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