Il no a Orban è anche un sì all’Unione Europea

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A distanza di poche settimane dal No del referendum italiano un altro No è risuonato  forte e chiaro in Ungheria: in entrambi i casi un Sì alla democrazia e al rispetto dello Stato di diritto, in contesti politici diversi, ma anche tra loro molto intrecciati.

In gioco, nelle elezioni in Ungheria c’era molto di più della sorte dí Viktor Orban, un piccolo autocrate sostenuto, con intensità variabili, da tre potenti complici – USA, Russia e Cina – che convergevano nel sostegno al cavallo di Troia di Mosca, infiltrato nell’Unione Europea dal 2010 e da allora sistematico sabotatore del processo di integrazione politica nel continente.

La schiacciante vittoria nelle elezioni del 12 aprile del conservatore di centro-destra con tonalità populiste e solo moderatamente “europeista”, Peter Magyar, apre ad una svolta politica non solo per l’Ungheria ma anche per l’Unione Europea e, lo si può sperare, anche per quello che resta della democrazia nel mondo, segnando una linea di confine con le autocrazie non solo nello spazio euro-asiatico ma anche oltre Atlantico.

Sarà una svolta non facile né rapida per l’Ungheria, segnata dalla eredità politica e dalle manomissioni costituzionali lasciate da Orban, con il contrasto all’indipendenza della magistratura, alla libertà di espressione, al rispetto dei diritti fondamentali, una situazione che certamente richiederà molto lavoro per rammendare il tessuto democratico logorato in tutti questi anni.

Resta però un segnale importante per un possibile rilancio della coesione politica nell’UE e per rafforzare il sostegno all’Ucraina che dal voto ungherese vede due aperture: quella più immediata del consenso al sostegno finanziario comunitario a Kiev di 90 miliardi di euro, bloccato da Orban; l’altra, una strada prevedibilmente in salita, nel percorso verso l’adesione dell’Ucraina all’UE, da raggiungere con un consenso non facile da parte del vincitore delle elezioni.

Per l’Unione Europea e per alcuni suoi Paesi membri sarà svolta anche per la perdita di un alibi nel lavoro di logoramento al processo di integrazione, venuto a mancare il suo protagonista dichiarato, alibi per occulte e meno occulte forze politiche nazionaliste, tra le quali componenti importanti della maggioranza al governo in Italia.

Non è passata inosservata la complicità ad Orban del suo sodale Matteo Salvini e nemmeno quella della presidente del Consiglio italiano , Giorgia Meloni, associata in un video di sostegno elettorale ad Orban in una brutta compagnia con le destre estreme, da quella spagnola a quella tedesca.

Il risultato del voto ungherese ha anche misurato le ridotte simpatie in Europa a Trump e alla sua corte che si era molto esposta nella campagna elettorale fino all’ultimo momento, promettendo aiuti finanziari e protezioni. Per Washington ancora un’operazione a perdere, insieme ad altre collezionate di questi tempi su diversi fronti, quelli di guerra compresi.

La sconfitta di Orban non chiude certo un’epoca, né in Ungheria né nell’Unione Europea e ancor meno nel mondo, ma apre uno spiraglio confortante verso nuovi appuntamenti elettorali che disegneranno l’Europa di domani.

Già erano andate complessivamente bene per l’UE le consultazioni elettorali, a diversi livelli, negli ultimi mesi in Germania, Francia, Slovenia, Italia e Danimarca. Domenica prossima toccherà alla Bulgaria e in autunno alla Svezia , ma già gli occhi di tutti guardano alle importanti elezioni del 2027, quando andranno al voto i francesi per eleggere il nuovo presidente della Repubblica e gli italiani, gli spagnoli e i polacchi per le elezioni politiche, qualche mese dopo le elezioni di mid-term negli USA questo novembre, un altro appuntamento elettorale che interesserà non poco l’Europa.

Un calendario politico da brivido, ma anche la prova che finché c’è democrazia c’è speranza.

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