Fuori Trump dal nostro “giardino di casa”

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Quando la storia entra in agitazione, come di questi tempi confusi, anche le carte geografiche tendono a modificare i loro profili. Ce lo ricordano eventi recenti: dal superamento delle frontiere da parte dell’invasore russo in Ucraina all’espansionismo israeliano in Palestina fino, la settimana scorsa, all’aggressione armata degli Stati Uniti a un Paese, non proprio democratico ma sicuramente sovrano, come il Venezuela.

Per Trump si sarebbe trattato semplicemente di riaffermare il controllo, rivendicato fin dal 1800 dagli Stati Uniti su quella America Latina considerata il loro “giardino di casa”, nell’attesa di capirne la futura estensione, a nord e ad ovest, mentre già un “giardino di casa” è considerata l’Ucraina da parte della Russia, sempre che Putin non senta il bisogno di allargarsi alla Georgia e, più pericolosamente, ai Paesi baltici e sempre che un altro predatore silenzioso non voglia assorbire Taiwan nel suo “giardino di casa”.

Tutte queste dinamiche interrogano il “giardino di casa” che è per noi l’Unione Europea, questo solitario spazio di antica civiltà e di consolidata democrazia, che abbiamo coltivato come un modello sociale rispettoso dei diritti delle persone e del diritto internazionale.

Ci siamo risvegliati in questo inizio 2026 non proprio tranquilli, qualcuno nell’UE anche molto preoccupato. E’ il caso della Primo ministro danese Mette Frederiksen e del suo collega della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, nella loro dichiarazione congiunta a inizio anno per esigere il rispetto dell’integrità territoriale dell’isola. Il messaggio al “predatore” Trump era chiaro: “ Lo scorso anno abbiamo ascoltato molte cose: minacce, pressioni, parole di condiscendenza, anche da parte di nostri vicini alleati da secoli. Si trattava di volersi impossessare di un altro Paese e di un altro popolo, come se si trattasse di qualcosa che si poteva acquistare o possedere…Che nessuno dubiti: qualunque cosa capiti, resteremo fermi su quello che è giusto e quello che non lo è”.

Per memoria, la Groenlandia è diventata parte integrante della Danimarca nel 1953, acquisendo lo statuto di regione autonoma nel 1979 e l’autogoverno nel 2009, mantenendo i suoi rapporti con l’Unione Europea grazie al suo legame con la Danimarca. Un profilo istituzionale fragile che la espone a colpi di mano che dovrà contrastare l’Unione Europea insieme alla Danimarca, membro dell’Alleanza atlantica (NATO), nel caso di un conflitto con il presunto alleato che di questa alleanza è alla guida. 

La Groenlandia non ha l’ambito petrolio del Venezuela, ma  per il “predatore seriale” ha un grande potenziale di materie rare, oltre ad avere un territorio che, grazie al  prevedibile scioglimento dei ghiacci, aprirà nuove contese rotte al commercio internazionale.

Questo dovrebbe rassicurare l’Unione Europea, povera di ricchezze minerarie, priva di petrolio, densamente abitata con ancora pochi spazi liberi per costruire “resort” come a Gaza, ma con un punto debole: quello di essere una democrazia disarmata, ma non per questo una “democrazia vassalla”, come hanno ricordato l’altro giorno in una dichiarazione congiunta Germania, Francia, Italia, Polonia , Spagna, Danimarca e Regno Unito: “La Groenlandia appartiene al suo popolo…la sicurezza artica rimane una priorità chiave per l’Europa e per la sicurezza internazionale e transatlantica…il Regno di Danimarca, inclusa la Groenlandia – fa parte della NATO”. 

Era ora, anche se sarebbe stato meglio che a parlare fossero le Istituzioni UE e che quel tono fosse stato anche quello della condanna europea della violazione del diritto internazionale di Trump in Venezuela. Torna la brutta abitudine del “doppio standard”, già conosciuto tra Ucraina ed Israele.

A buon intenditore poche parole, anche se a partire da oggi all’Unione Europea le parole non basteranno per difendere il suo “giardino di casa”.   

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