Europa nell’occhio del coronavirus

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Ormai l’epidemia/pandemia di Coronavirus sta disegnando una nuova cartina dell’Europa e del mondo, con colori più o meno intensi, ma senza risparmiare ormai nessun Paese.

A parte l’Italia che, con coraggio, serietà e graduale pedagogia nei confronti dei suoi abitanti, si trova in prima fila per sconfiggere il virus, va purtroppo immediatamente rilevato l’affanno un po’ tardivo nel prendere le misure urgenti e necessarie da parte degli altri Paesi dell’UE.

E’ certamente una situazione totalmente nuova e inesplorata non solo per l’Europa, ma per il mondo intero e le ricadute, come già si intravede, non saranno soltanto quelle relative alla gestione della salute pubblica, ma avranno effetti anche sulla tenuta della democrazia, sull’economia europea e mondiale, sul concetto di “ globalizzazione”, sui rapporti internazionali e sui movimenti della geopolitica.

Le misure sanitarie e di prevenzione prese recentemente dai singoli Stati membri cercano ovviamente di rispondere, in primo luogo, all’obiettivo di garantire cure adeguate per l’insieme della popolazione. Il veloce propagarsi del virus e la sua pericolosità ha tuttavia messo in primo piano la sfida e l’esigenza di garantire la tenuta dei rispettivi sistemi sanitari nazionali.

In Francia, come in altri Paesi europei, dopo giorni di incertezza e di rassicurante comunicazione e malgrado il campanello d’allarme proveniente dall’ Italia, il Governo ha deciso le prime misure serie solo il 16 marzo scorso. Il Presidente Macron, di fronte ad una popolazione smarrita e un po’ incredula, in un discorso per la prima volta grave nei toni, ha semplicemente dichiarato : “La Francia è in guerra”. Dichiarazioni che suonavano contradditorie con le fragili raccomandazioni igieniche proposte fino al giorno prima e malgrado le inevitabili previsioni della comunità scientifica che aveva capito che ben presto, il virus avrebbe attraversato le Alpi. Ma dichiarazioni contraddtorie anche perché giunte all’indomani del primo turno delle elezioni comunali, un esercizio di voto inspiegabilmente mantenuto e destinato a rimanere senza seguito.

Ora, con una situazione sanitaria che si aggrava velocemente e con una popolazione poco preparata e sensibilizzata a far fronte all’emergenza, anche in Francia entrano in vigore misure molto simili a quelle adottate in Italia : “rimanere in casa ed evitare gli spostamenti”, un confinamento previsto per 15 giorni, sorvegliato da più di 100.000 agenti di polizia. Chiuse le scuole e tutti i luoghi pubblici “non indispensabili” quali bar, ristoranti, teatri, cinema ecc. I luoghi di culto rimarranno aperti ma saranno vietate tutte le cerimonie. I trasporti pubblici funzioneranno ma solo all’80% delle loro capacità.

In Spagna, la situazione sembra ancora più critica ed è, dopo l’Italia, il Paese più colpito in Europa dal virus e dalla sua velocità di propagazione. Anche Il Governo di Pedro Sanchez ha adottato provvedimenti che vanno nella stessa direzione di quelli adottati dal nostro Paese : vietato ogni spostamento se non per l’acquisto di generi alimentari o prodotti farmaceutici. Disposta la chiusura di tutte le attività culturali e commerciali, ad eccezione delle attività di base e chiuse le scuole, per almeno quindici giorni. In sette città della Spagna, particolarmente vulnerabili alla propagazione del virus è stato deciso di schierare anche l’esercito per garantire il rispetto dello stato di emergenza.

Vista la gravità della situazione, il Governo spagnolo, con una decisione senza precedenti, ha deciso inoltre di mettere la sanità privata al servizio del Servizio sanitario nazionale, per garantire alle Comunità autonome (l’equivalente delle nostre Regioni) tutto il materiale necessario e disponibile per far fronte all’epidemia.

Ed infine, la Spagna ha altresi’ deciso di chiudere le sue frontiere terrestri : solo i cittadini spagnoli, i lavoratori transfrontalieri, il personale diplomatico nonché i trasporti di merci potranno entrare nel Paese.

Tutti i Paesi europei hanno ormai adottato misure più o meno drastiche e simili a quelle dell’Italia per il contenimento del virus, dal Belgio all’Austria, dalla Slovenia al Portogallo, dall’Olanda alla Polonia, compreso il Regno Unito che ha riconsiderato l’idea di misure più restrittive dopo un iniziale atteggiamento a dir poco morbido. Ma la scelta forse più emblematica del disorientamento europeo di fronte ad una pandemia che non conosce colori nazionali è, in particolare, quella della Germania, con la chiusura parziale delle sue frontiere con Francia, Svizzera, Austria, Lussemburgo e Danimarca.

E’ una misura adottata ormai da molti Paesi ma che riveste, in un momento in cui l’intera Europa si trova nell’occhio della pandemia, un significato particolare perché rimette completamente in discussione il sistema di libera circolazione di Schengen, uno dei pilastri dell’Unione : si rialzano le barriere, si rafforzano i controlli ed ogni Paese si richiude su se stesso, nell’illusione di fermare, senza una solidale strategia comune, un nemico invisibile e devastatore. Un nemico che ha già dimostrato di poter mettere a durissima prova l’intera Europa, non solo da un punto di vista sanitario, ma anche economico, sociale ed umano.

Ed è anche per arginare il pericolo di una caduta di Schengen che l’Unione Europea ha deciso di chiudere le sue frontiere esterne, a partire dal 17 marzo. Una decisione che vuole essere non solo una misura di protezione per l’intera Europa nei confronti della propagazione del virus ma anche un forte richiamo all’importanza che i Paesi non vadano in ordine sparso. Vale la pena ricordare qui, ad esempio, le parole di Ursula von der Leyen : “La libera circolazione delle merci è essenziale, e cio’ è particolarmente cruciale per i beni essenziali come le forniture alimentari e le forniture mediche e protettive (…). Non solo, ma la coesione e la solidarietà fra i Paesi membri dell’Unione saranno due dei principali ingredienti per disegnare il futuro dell’UE del dopo coronavirus.

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