Europa: La lezione di papa Francesco

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Venerdì 6 maggio è stato conferito a papa Francesco il premio Carlo Magno, creato nel 1949, e attribuito a personalità che si sono distinte per il loro contributo alla pace e al processo di integrazione europea.

Tra i primi a meritarlo vi furono Alcide De Gasperi (1952), Konrad Adenauer (1954), Robert Schuman (1958) e, in questo secolo, papa Giovanni Paolo II (2004).

Poco più di dieci anni dopo il premio è stato attribuito a papa Francesco, arricchendo così la galleria dei Padri fondatori con quella di Padri rifondatori, impegnati a ricostruire l’edificio europeo logoratosi nel tempo.

E un vero appello alla “rifondazione dell’Europa” è stato quello pronunciato da papa Francesco dinanzi ai massimi responsabili politici delle Istituzioni europee e di alcuni importanti Paesi UE, tra i quali Angela Merkel e Matteo Renzi.

La riflessione prende le mosse dalla memoria del passato, da una “trasfusione di memoria” dirà il Papa, citando Elie Wiesel, e ricordando, tra i Padri fondatori, “araldi della pace e profeti dell’avvenire”, Schuman e De Gasperi, per invitare i politici di oggi ad accettare “con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare”.

Integrare, a cominciare dalle diverse stagioni vissute dall’Europa: “Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”. E, più avanti, prima di citare un altro Padre fondatore, Adenauer, il papa invita a riscoprire “l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo”.

Capacità poi di dialogare con l’ “altro”, così da guardare “ lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato”. Sta qui la fonte della pace, che “sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione. Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle nuove generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando”.

Infine, la capacità di generare, di essere protagonisti della nostra storia e della nuova Europa: “Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata”. E qui papa Francesco ritorna al discorso pronunciato nel novembre 2014 al Consiglio d’Europa, dando un nuovo senso e più ampi orizzonti al tema controverso delle radici dell’Europa: “Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, “un costante cammino di umanizzazione”, cui servono “memoria, coraggio sana e umana utopia”.

Per poi proseguire, con toni che ricordano quelli di Martin Luther King, con un incalzare di “sogni” per i bambini e i poveri, per gli anziani e per i migranti, per i giovani e per le famiglie, per “un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stata la sua ultima utopia”.

Per quelli di noi che credono nel futuro, papa Francesco ripropone il sogno di un’Europa pacifica e solidale e ai politici di ogni colore e grado impartisce una lezione che non potranno far finta di non aver capito.

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