Africa, nuovo crocevia globale

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Spenti i riflettori sul secondo Vertice fra la Federazione russa e i Paesi africani, tenutosi a San Pietroburgo il 27 e 28 luglio scorso, tanti sono gli interrogativi che emergono sul futuro del grande continente africano che sta girando pagine importanti della sua storia.

A differenza del primo Vertice tenutosi nel 2019, carico di lungimiranti promesse di cooperazione e di prospettive garantite da un Cremlino e da un Putin dal solido futuro, il Vertice di quest’anno si è svolto in un contesto ben diverso. Una Russia in guerra non solo con l’Ucraina, ma anche con l’insieme dell’Occidente, una necessità da parte di Putin di non perdere terreno sul resto della scena internazionale e in particolare in Africa, un contesto in cui l’arma dell’insicurezza alimentare è pericolosamente nelle mani dello stesso Putin e un contesto africano in cui, in questi ultimi anni, si sono moltiplicati i colpi di stato con il sostegno e la complicità del famigerato gruppo dei mercenari Wagner.

Sono mercenari sempre più presenti sul continente africano quali longa manus del Cremlino, definiti anche “l’armata ombra di Putin”, utilizzati come strumento attivo della sua politica estera. Fa riflettere al riguardo, dopo il Mali, il Burkina Faso, il Ciad e la Guinea, il recente colpo di stato militare in Niger, effettuato mentre il Presidente, democraticamente eletto, partecipava alla Conferenza di Roma sull’immigrazione. Le immagini delle manifestazioni che ci giungono dalla capitale Niamey, mettono in evidenza, ancora una volta, non solo una consistente adesione della popolazione alla nuova presenza della Russia nel  Paese, ma anche un risentito invito, agli europei e in particolare ai francesi, a lasciare il Paese e a girare quelle pagine della lunga e spesso dolorosa storia che ha segnato gli anni del colonialismo.

A San Pietroburgo tuttavia, se da una parte il Vertice voleva mandare un messaggio al mondo sul fatto che Putin non è isolato sulla scena internazionale, dall’altra ha rivelato, agli occhi dei Paesi africani, di cui solo la metà rappresentati ai massimi livelli, le prime avvisaglie della fragilità di Putin e il senso del suo isolamento nei confronti dell’Occidente. In primo luogo ha pesato molto al riguardo il mancato rinnovo dell’accordo sul grano da parte della Russia, accordo estremamente importante per molti Paesi africani che ne dipendono non solo per gli approvvigionamenti e la sicurezza alimentari delle loro popolazioni, ma anche per frenare e calmierare l’aumento dei prezzi.

Al riguardo Putin ha risposto con un mesto e patetico gesto politico, proponendo ad alcuni Paesi più vulnerabili l’offerta provvisoria di fornire gratuitamente grano e fertilizzanti, una soluzione che ha giustamente inasprito le preoccupazioni non solo dei Paesi africani, ma anche dell’ONU, che, insieme alla Turchia, si era fatto promotore e mediatore dell’accordo un anno fa. Alla luce di questa situazione, i Paesi africani, che in gran parte si sono astenuti o non hanno apertamente condannato l’invasione russa in Ucraina all’ONU nelle varie risoluzioni presentate all’Assemblea Generale, hanno tuttavia fatto valere e reiterato l’importanza del loro piano di pace, un piano che non prevede altro che un cessate il fuoco, senza alcun riferimento al problema dei territori occupati o di un negoziato sulla loro destinazione. Il fatto è che la guerra della Russia comincia a pesare sempre più sui Paesi africani e sulla loro relazione politica e commerciale con Mosca.

Ricordiamo qui che, da un punto di vista economico, i maggiori partner dell’Africa rimangono, ad oggi, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, inseguiti dalla Cina. La Russia rimane tuttavia il primo esportatore d’armi verso l’Africa. Un aspetto questo, di rilevante importanza, che genera inevitabilmente insicurezza e forti turbolenze militari, come appunto dimostrano il susseguirsi di colpi di stato nell’area subsahariana e il moltiplicarsi delle giunte militari un po’ ovunque.

Grano e armi sembrano essere quindi le allettanti promesse di Putin al Vertice di San Pietroburgo. Un inquietante campanello d’allarme per l’Europa, per il suo grande vicino africano e per quello sviluppo della democrazia che ormai sembra arretrare su gran parte del continente.

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