Europa e Italia al voto.

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In democrazia il voto resta uno strumento di partecipazione necessario anche se non sufficiente.

In un’Europa, dove si registra la sostanziale tenuta della democrazia rappresentativa, non è eccezionale un’alta frequenza di votazioni ai vari livelli, da quello europeo a quello nazionale fino alle consultazioni amministrative locali.

Per limitarci ad alcune consultazioni elettorali in importanti Paesi UE, negli ultimi nove mesi, vanno ricordate le elezioni presidenziali in Austria e Francia, quelle legislative in Olanda e in Gran Bretagna e di nuovo in Francia, il voto referendario sulla riforma costituzionale e per le amministrazioni locali in Italia, fino all’atteso voto per la Cancelleria in Germania a inizio autunno.

Una densità di occasioni per i cittadini europei di far conoscere il loro giudizio sul governo della cosa pubblica e le loro attese sul continente europeo. Le indicazioni che ne risultano non sono necessariamente univoche, vista da una parte la pluralità delle culture politiche coinvolte e, dall’altra, l’eterogeneità delle poste in gioco in ciascuna consultazione elettorale.

Nonostante la diffusa disaffezione dei cittadini verso le istituzioni tradizionali della democrazia e crescenti astensionismi, si registra nei Paesi citati una ancora significativa partecipazione all’esercizio democratico del voto,  diversamente da quanto accade in molti altri Paesi, da quelli dell’Europa orientale agli Stati Uniti, con gli inquietanti risultati che conosciamo.

Una limitata griglia di lettura comune dei risultati elettorali è quella dell’“umore” europeo, l’adesione a un progetto di solidarietà continentale oggi in seria difficoltà al punto da spingere i Paesi come la Francia, la Germania e l’Italia a procedere a un rilancio del percorso di integrazione europea a “diversa intensità” o, tradotto, a “più velocità” con in Paesi che lo vogliono, senza troppo aspettare i ritardatari.

Sono stati confortanti per la democrazia e per l’UE le elezioni britanniche. Per la democrazia, con un parziale ripensamento rispetto all’azzardo del referendum su Brexit nelle azzardate elezioni anticipate volute dalla May per affossare i laburisti, usciti invece vittoriosi dal voto. Esito per un verso confortante anche per l’UE alla vigilia del difficile negoziato per la secessione britannica: la May non ha ottenuto il plebiscito che sognava per condurre un negoziato duro e deve adesso fare i conti – sempre che sia ancora lei a doverli fare – con un “Parlamento appeso” a una problematica coalizione e un partito conservatore diviso al suo interno. Verrebbe da dire che di questi tempi l’ostilità all’UE non porta bene.

Anche più incoraggiante per l’UE è stato il risultato delle elezioni legislative francesi che hanno dato una solida maggioranza al giovane presidente Macron, confermando il sostegno alla sua scelta europeista già largamente premiata in occasione delle recenti elezioni presidenziali. Adesso la Francia non ha alibi per il suo impegno in favore di un rilancio dell’integrazione europea e può applicarsi a ricostruire il suo asse con la Germania, senza aspettare le elezioni tedesche in autunno.

L’Italia, in attesa delle prossime elezioni politiche, può ricavare qualche indicazione circa la sensibilità europea dei suoi cittadini dalla recente tornata di elezioni amministrative. In generale sembra di capire che le velleità degli euroscettici non sono state premiate, come dimostrano i risultati in particolare dei grillini.

A Cuneo, per la prima volta, i riferimenti programmatici all’Europa da parte di alcune coalizioni sono stati espliciti: in parte fondati su esperienze già realizzate e adesso da sviluppare, in altri casi con parole troppo improvvisate per poterne valutare la reale praticabilità. Ma sono segnali da prendere in seria considerazione e, ancora più seriamente, da tradurre in una progettualità locale coerente con la nuova Europa che si annuncia.

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