Dopo gli attentati di Bruxelles: la speranza nell’Europa, ma soprattutto nella sua Unione

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In seguito ai terribili fatti di cronaca che hanno caratterizzato questi ultimi mesi, altro non si può fare che fermarsi a riflettere. È iniziata la caccia al lupo, l’odio per lo straniero sembra essere quella nuova realtà che farà da baluardo per le prossime elezioni. E poche soluzioni a quella che è la realtà a cui ci affacciamo: i fautori di questi terribili fatti di cronaca non sono stranieri, sono cittadini europei. Probabilmente il frutto di uno dei fallimenti politici più grossi del secolo, qualcosa di cui ci renderemo conto solo nei prossimi anni ma che era nell’aria già da anni. Un’integrazione inesistente, argomento spinoso sempre evitato, sembra che si sia voluto vagare per poi tornare sempre allo stesso punto: non esistono politiche unitarie capaci di integrare chi ormai straniero non è più.

Il multiculturalismo è diventato un connotato delle società moderne, soprattutto di quelle occidentali. Gli Stati soggetti a fenomeni di immigrazione hanno cercato di porre rimedio ad una crescente esclusione sociale attraverso diverse politiche d’integrazione che possiamo così riassumere: il modello assimilazionista, tipicamente francese, in cui l’immigrazione è vista come un fattore di disturbo dell’ordine sociale e nel quale gli stranieri vengono tollerati se capaci di sposare le pratiche sociali presenti nelle società in cui risiedono; il modello multiculturale, fondato su una prospettiva interculturale che non obbliga lo straniero all’abbandono delle sue tradizioni; ed infine modelli ibridi, come quello italiano, frutto di una inversione della tendenza migratoria (da emigrazione a immigrazione) che ha reso difficoltoso il suo sviluppo, dando vita così ad un modello basato sull’improvvisazione e su una mescolanza tra i due precedentemente descritti.

Questi tre modelli nascono per far fronte alle forti ondate migratorie degli ultimi decenni ed hanno cercato di rimediare agli scontri tra diverse culture, ma spesso si sono rivelati fallimentari. Negli ultimi anni, si è così assistito alla loro evoluzione: il modello assimilazionista ha assunto crescenti caratteristiche tipiche di quello multiculturalista, e viceversa, dimostrando così la loro imperfezione iniziale.

L’attenzione dei Paesi attualmente coinvolti dal fenomeno dell’immigrazione si è rivolta con maggiore attenzione verso la regolazione del soggiorno del migrante, facendo della questione della sua entrata, permanenza ed anche eventuale espulsione, il fulcro delle azioni messe in atto. L’operato politico è sovente succube di una volontà popolare orientata verso la difesa del sentimento nazionale, fomentato quest’ultimo proprio dall’arrivo di nuove culture tacciate di minacciare gli originali valori baluardo delle culture nazionali. A ciò si aggiunge che, seppur in maniera discontinua, la dimensione degli ingressi viene sovente amplificata da una forte attenzione mediatica riverberandosi in maniera decisiva sul piano del consenso elettorale dei cittadini nei confronti del governo in carica. Questa situazione porta così ad una immobilità politica, frutto della contrapposizione tra le nuove culture portate dagli immigrati e la volontà popolare volta alla difesa delle tradizioni del Paese di approdo.

L’incapacità e l’impreparazione dei Paesi accoglienti nel riconoscere il fenomeno dell’immigrazione come un fatto oramai strutturale e non emergenziale, si riflette soprattutto sulle categorie di immigrati presenti sul territorio da molto tempo, e quindi pienamente inseriti nella vita sociale ed economica del Paese. A questi vengono riconosciuti i doveri di solidarietà, ma molto ardua rimane la strada per vedere riconosciuti alcuni diritti, tra cui quelli politici.

L’esclusione sociale si riflette così sul piano politico, impedendo agli stranieri di accedere alla partecipazione attiva ed alla formulazione delle norme dello Stato di accoglienza, dando vita a una esclusione della persona dalla vita statale, civile e sociale.

In questo momento di confusione e di smarrimento è sempre più chiaro come il “giusto modello integrativo” rappresenti un obiettivo oneroso sia in termini di tempo, che di consenso popolare.

Un’integrazione efficace può realizzarsi non lasciando il potere di decisione al singolo, ma introducendo una normativa a livello statale (e per quanto possibile sovrastatale) capace di superare la prospettiva di breve periodo dominante secondo la quale è interesse immediato del cittadino trattenere presso di sé il monopolio dei diritti politici.

Insomma, l’Unione europea si ritrova oggi ad affrontare una delle più grandi crisi a cui abbia mai dovuto far fronte, e nella quale dovrà dimostrare di essere la vera alternativa alla guerra, motivo fondante e pietra miliare della sua esistenza.

La speranza è che, durante questo arduo periodo che si prospetta arrivare, si tenga a mente qualcosa di fondamentale: “sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia” (Don Milani).

Scheda a cura di Francesca Cavallera

 

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