Diari di guerra 7: Libia senza pace

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Mentre la guerra in Ucraina continua con il suo carico giornaliero di orrori e con i continui interrogativi sugli obiettivi di una tale invasione, a sud del Mediterraneo si accumulano tensioni e segnali di instabilità poco incoraggianti. 

È il caso della Libia, il Paese più esteso del Nord Africa, tornato sotto i riflettori dell’attualità con le ingenti manifestazioni di protesta, ad Est e ad Ovest del Paese, per l’aumento del costo della vita e per le persistenti, lunghe e quotidiane interruzioni di elettricità. Da una parte le ricadute del blocco del grano dovuto alla guerra in Ucraina e dall’altra un vero paradosso per un Paese fra i più ricchi in risorse petrolifere, incapace di garantire luce e benzina alla sua popolazione.

Gli slogan scanditi dai manifestanti, come “Vogliamo la luce” o come le richieste di riduzione del prezzo del pane, sono solo la punta dell’iceberg di una situazione politica ed economica pronta di nuovo ad esplodere. Sul terreno politico, si affrontano infatti, dopo lo scisma del febbraio scorso,  due governi che rivendicano una loro legittimità: da un lato, quello di Habdul Hamid Dbeibah a Tripoli, sostenuto dalla comunità internazionale e quello di Fathi Bashaga a Tobruk, in Cirenaica, sostenuto, in particolare, dal Generale Haftar. 

Su questa impasse politica che ha fatto cadere molte illusioni sulla riconciliazione nazionale avviata poco più di un anno fa con l’instaurazione di un Governo di unità nazionale guidato da Dbeibah, si innestano le forti rivalità fra gruppi politici, nonché lo spregiudicato gioco  degli interessi e dei poteri delle numerose milizie tribali, sempre più armate, delle tribù e delle fazioni che attraversano lo scenario libico. Non solo, ma le numerose rivalità non hanno esitato ad usare, come arma di ricatto, il blocco di diversi impianti petroliferi, riducendo in tal modo e in pieno periodo di guerra in Ucraina, di circa il 40% la produzione nazionale di greggio, fattore di rilievo in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio. 

Una situazione che rivela tutta la difficoltà e la complessità della ricerca di una stabilità politica ed istituzionale che risponda alle irrequiete attese sociali della popolazione, che riavvii quel processo  che doveva portare ad elezioni nel dicembre 2021 e, soprattutto, che riesca a definire il quadro di una Costituzione, ora bloccato, che garantisca riconciliazione, poteri e funzioni delle future cariche politiche.  Purtroppo i colloqui mediati dall’ONU, tenutisi a Ginevra nei giorni scorsi fra i rappresentanti dei due Governi non hanno portato ad alcun risultato.

Infine, è necessario sottolineare quanto pesino sulla Libia le presenze straniere sul suo territorio in termini di ostacoli alla riconciliazione e interessi allo stallo, al disordine e all’instabilità politica. E’ il caso, in particolare, della Russia, con la presenza dei mercenari del Gruppo Wagner, che vede nella Libia non solo la porta d’ingresso e di controllo verso l’Africa e il Sahel, ma oggi vede soprattutto la possibilità e l’interesse a disturbare, se non ad interrompere, i flussi di petrolio verso l’Europa, con tutto quello che ne consegue non solo sull’Europa ma anche sulla situazione economica e sociale del Paese. Non va dimenticata nemmeno la Turchia, ben presente in Libia a fianco di Tripoli, oggi più che mai decisa a mantenere quella posizione strategica nel Mediterraneo orientale, conquistata appunto con l’appoggio della Libia nel 2019 e dell’allora Presidente Serraj.

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