Clima e insicurezza alimentare

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La COP 27 (Conferenza delle Parti ) dell’ONU, iniziata il 6 novembre scorso, continua i suoi lavori a Sharm el-Sheik, una delle località più popolari e turistiche dell’Egitto. Circa 200 Paesi sono infatti riuniti in quell’angolo di paradiso africano per discutere e trovare un accordo per tentare di raggiungere gli obiettivi fissati nell’accordo di Parigi del 2015 con la COP 21. Obiettivi di rallentamento del surriscaldamento globale e di riduzione delle emissioni di CO2, obiettivi ad oggi disattesi e sempre più difficili da raggiungere se si considera che la quantità di diossido di carbonio nell’atmosfera ha raggiunto il più alto livello di concentrazione mai registrato finora. 

Le parole del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, non lasciano dubbi sugli impatti distruttivi dei cambiamenti climatici nel prossimo futuro. “Siamo sulla strada per un caos climatico irreversibile”, sono le parole usate per aprire i lavori della Conferenza, mentre il richiamo alla responsabilità e all’impegno politico globale ha suonato come il campanello d’allarme, dell’emergenza e del “non c’è più tempo da perdere”.

La COP 27 si distingue tuttavia dalle precedenti per un tema apparso per la prima volta all’ordine del giorno ufficiale di una Conferenza sul clima, e cioè quello del cibo e dell’agricoltura. Due le ragioni, strettamente legate fra loro: la prima perché il settore agroalimentare globale rappresenta un terzo delle emissioni di gas serra (nei Paesi dell’ Unione Europea la quota varia dal 25 al 42%) e la seconda perché è in gioco la sicurezza alimentare e il diritto al cibo per molte popolazioni particolarmente colpite da fenomeni meteorologici estremi, dalla siccità, dalla mancanza dell’acqua, da una scarsa sostenibilità dei sistemi alimentari e dalla volatilità dei prezzi. 

Al riguardo, è importante ricordare qui le cifre della povertà nel mondo, in cui gli effetti dei cambiamenti climatici si sommano spesso a situazioni di conflitto, cosi’ come recentemente dimostrato anche dalla guerra in Ucraina. Secondo i dati del PAM (Programma alimentare mondiale) a giugno 2022, il numero di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta e a rischio di sopravvivenza è salito a 345 milioni in 82 Paesi, mentre circa 570 milioni di persone che vivono in Medio Oriente, Asia e Africa sono vulnerabili alla scarsità di grano. 

A questi aspetti di rilevante importanza è legato il tema degli aiuti finanziari sul clima ai Paesi in via di sviluppo, tema centrale nell’agenda della COP 27 e sul quale convergono oggi critiche e denunce per i ritardi e l’inadeguatezza della solidarietà offerta dai Paesi più ricchi e maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico ai Paesi più poveri. Con l’impegno preso già nel 2009 e ribadito nell’accordo di Parigi del 2015, i Paesi industrializzati avevano infatti deciso di stanziare 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare progetti di riduzione delle emissioni di gas serra e di adattamento climatico. Una promessa mantenuta solo in parte e ancora ben lontana dall’obiettivo dichiarato.

A queste emergenze si aggiunge quella della compensazione dei danni già provocati dai fenomeni atmosferici nei Paesi più poveri e a rischio, fenomeni che si fanno sempre più frequenti e più gravi, sia in termini di perdite di vite umane, di costi economici e sociali e di migrazioni di popolazione. L’ultimo rapporto del Programma ONU per l’ambiente indica, al riguardo, che le necessità di adattamento nei Paesi in via di sviluppo sono destinate a salire fino a 340 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, ma che al momento gli investimenti rappresentano solo un decimo di questa cifra.

È presto per valutare i risultati di questa COP, ma è certo che i cambiamenti climatici e le loro tragiche conseguenze corrono ben più velocemente dell’attenzione e dell’impegno politico necessari per contrastarli. Con tutte le incertezze che cio’ comporta già nell’immediato futuro.

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