Cina, tra passato e futuro

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In questi ultimi giorni i riflettori dei media erano praticamente tutti puntati sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e sul nome di chi avrebbe guidato il Paese più potente del mondo nei prossimi quattro anni. Due giorni dopo, l’8  novembre, si apriva a Pechino il XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, con all’ordine del giorno, fra l’altro, la  nomina di un nuovo Presidente chiamato a guidare, per i prossimi cinque o dieci anni,  il Paese più popolato al mondo, impegnato in una  corsa allo sviluppo economico  e  attore che cresce sulla scena internazionale.

Secondo un rito ben consolidato, il XVIII Congresso si è riunito in presenza di più di 2200 delegati. Senza sorprese, il nome del futuro Presidente e Segretario Generale del Partito, Xi Jinping, era già conosciuto. Nel suo ultimo discorso,  il Presidente uscente Hu Jintao ha messo in evidenza i progressi  fatti  nei dieci anni del suo mandato, grazie al “socialismo dalle caratteristiche cinesi”  che ha portato la Cina al rango di seconda economia mondiale di fronte ad un Occidente in profonda crisi economica.

Il Congresso si è svolto tuttavia in un momento cruciale per il futuro della Cina, in cui si incrociano numerose questioni di coerenza politica, economica e sociale di fronte alla scelta ormai ineludibile fra una politica che sostiene gli investimenti per l’esportazione e una politica rivolta ad un equo e sostenibile sviluppo interno. Gli interrogativi si situano, in primo luogo, fra un regime autoritario e con un forte  controllo dell’economia e della giustizia e lo sviluppo di un’economia di mercato;  fra la sostenuta velocità con cui si trasforma economicamente e socialmente il Paese e la mancanza di progetti di riforme e di strutture adeguate;  tra l’incapacità del regime a dialogare e la crescita di una società civile sempre più vivace, collegata a Internet, inquieta sul suo futuro e desiderosa di più partecipazione politica e di libertà.

Poche, nel discorso di Ju Jintao, le risposte  a tali sfide, ma certamente sono emersi due messaggi chiari. Il primo consiste nell’urgente necessità di lottare contro un’imponente corruzione che ha investito da tempo  il Partito e in particolare i quadri dirigenti. Ne esce una fotografia di un Partito malato, ma il solo oggi in grado di guidare la Cina. Il secondo messaggio riguarda, in un momento in cui le esportazioni cinesi soffrono della crisi economica, un riorientamento  verso un maggiore consumo interno, con l’obiettivo di raddoppiare entro il 2020 il Prodotto interno lordo. Cosa ancora fattibile in prospettiva con la crescita attuale, scesa  fra il 7 e l’8 % in questi ultimi due anni, dopo una  crescita a due cifre fino al 2010. Consegnato nelle mani del nuovo Presidente, questo obiettivo  implica inevitabilmente tutta una serie di riforme,  che vanno dal miglioramento del mercato del lavoro al funzionamento del sistema bancario, da un rapporto di equilibrio fra settore pubblico e privato a nuove politiche sociali e demografiche. Inoltre, l’emergere in prospettiva di una classe media più estesa, richiederà risposte adeguate ai  cambiamenti delle condizioni di vita di buona parte della popolazione, oggi di 1.350 milioni di abitanti, di cui ancora circa il 20% vive in condizioni di assoluta povertà.

Infine, una crescita sostenuta per i prossimi dieci anni presuppone un contesto internazionale stabile. Benché aperta verso l’esterno, la Cina è fortemente dipendente dalle materie prime, cosa che spiega i suoi massicci investimenti in Africa, in America del Sud e in altre parti del mondo. Questa dipendenza continuerà a segnare anche la sua posizione diplomatica sulla scena internazionale, se si considera che la Cina è uno dei cinque Paesi  a detenere il diritto di veto all’ONU. Essa continuerà a perseguire una politica prudente, possibilmente multipolare e non interventista, come ha dimostrato recentemente con le sue posizioni nei confronti della Siria. Una politica che manterrà contemporaneamente i suoi legami con gli Stati Uniti,  ma con i quali dovrà anche affrontare una competizione geostrategica soprattutto in Asia.  E tutto ciò in un contesto di aumento delle sue spese militari dell’11,2% per il 2012.

L’Unione Europea rimane il principale partner commerciale della Cina che, secondo recenti stime dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa (OCSE) dovrebbe diventare la prima potenza mondiale entro il 2016. Non è cosa da poco per quanto riguarda gli equilibri mondiali e, nel bene e nel male, non ci è più consentito limitare la nostra attenzione solo  al di là dell’Atlantico.

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