Aumentano i lavoratori poveri: i dati dell’European Anti Poverty Network

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La rete europea di organizzazioni di contrasto alla povertà (European Anty Poverty Network, EAPN) ha pubblicato , in occasione della terza edizione della “Piattaforma Europea contro la Povertà” un position paper dedicato al tema sempre più attuale della “povertà lavorativa”, in inglese in work poverty, cioè quella condizione che riguarda un numero di persone sempre più ampio.

La stessa rete EAPN stima che nel 2012 i lavoratori poveri fossero circa il 9,5% della popolazione dell’UE-28, un punto percentuale in più rispetto al 2010: il crescere del dato nel corso degli ultimi anni è il segno tangibile del fatto che, sempre più diffusamente e sempre più spesso, il fatto di avere un lavoro non è di per sé garanzia di protezione dal rischio povertà.

La condizione della povertà lavorativa è quella dei cosiddetti “nuovi poveri”, non conosciuti al sistema dei servizi, non accolti da un Welfare che ormai è al tempo stesso “residuale” e “rigido”, spiazzati essi stessi da una situazione che vivono come inedita, che percepiscono come “fallimentare” dal punto di vista biografico e che, per questa ragione tendono ad occultare nella sfera più profonda del proprio privato.

È la cosiddetta “zona grigia della povertà”: per questi “nuovi poveri” non c’è nemmeno, nella letteratura di riferimento, consenso unanime dal punto di vista delle definizioni. Se per tutti è universalmente adottata la definizione Eurostat secondo la quale è povero, o meglio è a rischio povertà chi vive in una famiglia il cui reddito disponibile è inferiore al 60% del reddito medio nazionale, più variabilità c’è, quando si tratta di stabilire le soglie minime di tempo-lavoro tali per cui una persona possa definirsi occupata. Senza entrare nel merito delle diverse interpretazioni (per altro brevemente illustrate dal documento EAPN), si può fare riferimento qui alla definizione adottata ormai da qualche anno dalla Commissione europea, che fa riferimento ad un periodo di lavoro effettivo di almeno sei mesi all’anno.

EAPN individua tra le cause della povertà lavorativa e della sua crescente diffusione: i bassi livelli salariali (che si fanno sentire soprattutto nei Paesi in cui non esiste per legge un salario minimo garantito), la scarsa qualità dei posti di lavoro (particolarmente rilevante in quei Paesi –  come l’Italia – in cui il mercato del lavoro è frammentato e le tipologie contrattuali sono molte); la composizione familiare (con particolare riguardo “all’intensità lavorativa” di tutti i componenti alla presenza di “carichi dipendenti” cioè di persone che per ragioni anagrafiche, di salute fisica o di disagio psichico non sono in grado di lavorare) e, infine, i fattori di rischio individuale (EAPN cita qui, tra gli altri, il divario retributivo di genere, l’appartenenza a gruppi più o meno vulnerabili, le competenze professionali, il livello di istruzione e la capacità di gestire le transizioni professionali).

Al termine dell’analisi definitoria e della disamina dei diversi fattori di rischio EAPN formula alcune raccomandazioni rivolte all’UE, agli Stati membri, ai soggetti datoriali e alla società civile, perché si facciano promotori di interventi di sistema capaci di arginare il fenomeno della povertà lavorativa. La soluzione, sostiene EAPN “non è né unica né semplice”  ma il punto di partenza è il fatto di assicurare che un “lavoro dignitoso” (Decent Work) sia assicurato a tutti.

All’Unione Europea EAPN chiede un’assunzione di impegni precisi attraverso il monitoraggio degli indicatori della qualità dell’occupazione, la formulazione di raccomandazioni chiare e vincolanti per gli Stati membri, l’inserimento della lotta alla povertà lavorativa tra gli obiettivi di Europa 2020 e, infine, la raccolta e il monitoraggio di dati sempre più precisi sulle molte dimensioni di questo complesso fenomeno, con chiare finalità di azioni tempestive.

Agli Stati membri e alle loro amministrazioni decentrate sono, invece richiesti, interventi sul piano delle politiche salariali, della «promozione di una cultura del Decent Work» anche attraverso sistemi di incentivi fiscali e benefits, del contrasto alla frammentazione del mercato del lavoro. Gli Stati membri devono inoltre impegnarsi per garantire servizi di qualità, sistemi di reddito minimo e dispositivi di tutela dei diritti fondamentali del lavoro.

Ai soggetti datoriali EAPN chiede maggiore impegno per la stabilizzazione dei contratti e per il contrasto delle discriminazioni sul luogo di lavoro. Non meno importanti sono ritenute la formazione permanente e la consultazione e partecipazione dei lavoratori.

Infine alle organizzazioni sindacali e alle ONG EAPN chiede una più stretta collaborazione in difesa dei diritti e della qualità del lavoro e in vista di una maggiore diffusione di standard minimi che prevengano il dilagare della povertà lavorativa.

A tutti i soggetti coinvolti, in estrema sintesi, EAPN chiede una maggiore assunzione di responsabilità, un’azione convinta e consapevole di promozione dell’inclusione attiva anche a favore di quei soggetti come i lavoratori poveri che, anche se non esclusi, vivono quotidianamente e sempre più da vicino il rischio della povertà.

 

Di Marina Marchisio

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