Arrivare vivi alle elezioni europee

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Il 26 maggio prossimo sembra diventare ogni giorno una data sempre più importante, agli occhi di molti addirittura decisiva, se non proprio storica. Sarà quello il giorno in cui si concluderanno le elezioni per il Parlamento europeo e si inaugurerà la futura legislatura UE 2019-2024.

Vi sono molte ragioni per considerare importante quella data: sarà l’occasione per misurare l’adesione di oltre 400 milioni di cittadini al progetto di unificazione europea e per avviare il ricambio di una classe dirigente chiamata nelle Istituzioni UE a governare anni difficili per il nostro futuro.

A livello nazionale sarà anche l’occasione per una competizione tra le forze politiche locali dalla quale misurare il consenso ed eventualmente rivedere coalizioni ed alleanze.

In attesa di quel giorno guai a sbagliare mosse, piuttosto meglio non prendere decisioni.

E’ quanto capita in Italia dove la tradizionale politica del rinvio sta superando ogni record da parte una singolare coalizione di governo divisa su tutto o quasi, meno che sulla necessità di arrivare viva al giorno del giudizio, chi per incassare chi per salvare il salvabile.

Non è un bello spettacolo assistere alla paralisi della politica mentre i giorni passano, l’economia perde terreno, il deficit si avvia a sforare la soglia convenuta e il debito a non scendere sotto quota 132% sul Pil, oltre il doppio di quel 60% verso il quale l’Italia si era impegnata ad avviarsi.

Tutti numeri che conoscono bene a Roma, a cominciare dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che vede impotente crescere il deficit. Il guaio è che questi numeri li conoscono bene anche a Bruxelles dove la Commissione europea, esercitando le funzioni attribuitele in materia di controllo delle finanze pubbliche, non ha certo dimenticato l’aspra battaglia con il governo italiano in merito alla legge di bilancio 2019 e gli avvertimenti severi che accompagnarono un fragile accordo trovato in extremis.

A rafforzare queste convinzioni sono giunte le previsioni economiche d’inverno che hanno annunciato una gelata per l’economia italiana con una previsione di crescita in caduta libera, a partire dalla costatazione di una recessione tecnica già registrata nell’ultimo trimestre del 2018.

Come se non bastasse altra valutazioni sulla situazione economica dell’Italia sono in arrivo da Bruxelles: raccontano di un Paese dove la spesa corrente sale oltre i limiti di sostenibilità, gli investimenti latitano, la disoccupazione resta sopra quota 10%, senza contare il livello costantemente alto dello spread con le relative ricadute sulle finanze pubbliche.

Non sono le analisi che mancano e altre verranno ad aggiungersi nei prossimi giorni, tutte poco rassicuranti per l’Italia senza tuttavia indurre i nostri governanti a prendere provvedimenti, lasciando credere che per ora una manovra correttiva non sia necessaria, soprattutto non è da fare alla vigilia delle elezioni.

Non stupirà se qualcuno proverà a prendersela anche con Bruxelles: chi per additare l’Unione “matrigna” che perseguita questo povero Paese, sempre più isolato, e chi per accusare l’UE di non intervenire a salvaguardia se non dell’Italia, almeno dell’euro. Nel guado istituzionale e congiunturale in cui si trova l’UE è difficile poter fare meglio. Da una parte perché le responsabilità istituzionali non consentono alla Commissione di fare molto di più di quanto pure fa, dall’altra perché la congiuntura elettorale è tale da non incoraggiare interventi a gamba tesa nelle dinamiche politiche nazionali, con il rischio di regalare a una coalizione, divisa su tutto ma unita nell’additare l’Unione come “capro espiatorio” di ogni male, nuovo ossigeno per la protesta, mentre non si vede uno straccio di decisione che lasci sperare un’Italia in salute quando l’autunno prossimo molti nodi verranno al pettine.

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