Per i lavoratori bulgari e romeni si completa la libertà di circolazione

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Con il primo gennaio 2014 terminano le limitazioni transitorie previste dai Trattati di adesione di Romania e Bulgaria per i lavoratori provenienti dai due Stati entrati nell’UE nel 2007, come ultima tranche del grande allargamento che nel 2004 aveva portato l’Europa da quindici a venticinque Paesi (oggi ventotto perché dopo Bulgaria e Romania è arrivata anche la Croazia, nel luglio 2013).

Romania e Bulgaria restano, ad oggi, i Paesi più poveri d’Europa, non soltanto in termini di PIL procapite e di disoccupazione. Secondo dati Eurostat la Bulgaria ha il salario minimo stabilito per legge (non tutti i Paesi lo prevedono) più basso d’Europa 123 euro al mese, segue la Romania con 158 euro.

Migration Watch ha stimato 250.000 arrivi di cittadini romeni e bulgari nel Regno Unito e questo spiega, in parte, i timori dell’opinione pubblica britannica (e anche di quelle francese, tedesca e olandese) di assistere a una vera e propria migrazione di massa di romeni e bulgari che potrebbero “turbare” sia i mercati del lavoro (anche se gli avvenimenti successivi al 2004 dimostrarono che non ebbe luogo la tanto temuta “invasione di idraulici polacchi”) sia i sistemi di Welfare, con l’aumento dei cittadini comunitari che hanno diritto a prestazioni assistenziali, in una situazione di risorse sempre più scarse.

Anche su questo punto, però, le previsioni degli esperti di flussi migratori puntano a destrutturare un’immagine stereotipata: a intraprendere percorsi migratori dai due Paesi dell’Est Europa, infatti, sono con maggiore frequenza e facilità i soggetti appartenenti alle “élites” che hanno cioè mezzi per affrontare l’arrivo nel Paese di destinazione e competenze per reperire un’occupazione, spesso anche altamente qualificata.

In realtà, come ha sostenuto in una sua dichiarazione il commissario per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione, Lásló Andor la fine delle restrizioni riguarda soltanto i Paesi che ancora le mantenevano in vigore (Austria, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Malta, Regno Unito e Paesi Bassi).

Andor ha sottolineato inoltre che “la libera circolazione dei lavoratori è una pietra angolare dell’integrazione europea” e ha ribadito l’impatto positivo della mobilità dei lavoratori che consente di completare “le carenze dei mercati del lavoro dei Paesi ospitanti” e che apporta contributi ai sistemi di Welfare.

Non si possono certo escludere, si legge ancora nella dichiarazione del commissario europeo, problemi a livello locale, a causa dell’arrivo improvviso e inteso di lavoratori. La soluzione va però ricercata in “risposte specifiche più che in barriere innalzate nei confronti di questi lavoratori”.

Andor ha, inoltre, invitato gli Stati membri ad usare le risorse del Fondo Sociale Europeo per la costruzione di queste risposte, con azioni di inclusione sociale, lotta alla povertà e contrasto alle discriminazione sui luoghi di lavoro.

Per saperne di più

 Di Marina Marchisio

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