Accordo al ribasso Gran Bretagna – Unione Europea

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L’accordo Gran Bretagna- Unione Europea poteva essere l’occasione per un chiarimento sul futuro dell’UE, rimane invece densa la nebbia sulla Manica, quella che fa dire ai sudditi di Sua Maestà che il continente è isolato e ricordargli che la Gran Bretagna resta un’isola, mai veramente dentro il progetto di integrazione europea e mai del tutto fuori. Un’altalena che oscilla dagli anni ’50 quando la Gran Bretagna chiese ai Paesi fondatori della prima Comunità europea di esserne associata e ne venne esclusa e dovette aspettare un quarto di secolo per entrarvi, stando per sua scelta sulla soglia e, se dentro, più per frenare che per sostenere il processo di integrazione.

Adesso è di nuovo arrivata a una svolta l’eterna trattativa tra Londra e Bruxelles per allentare i legami tra la Gran Bretagna e l’UE, alla vigilia del referendum promesso da David Cameron per decidere sulla permanenza o meno del suo Paese nell’Unione. Il referendum potrebbe già avere luogo verso la fine di giugno e, stando le cose come sembra dal testo del pre-accordo, reso pubblico i giorni scorsi, è probabile che ci teniamo gli inglesi in quello che resta di un’UE che si va via via spolpando. Ritorna l’immagine del “Vecchio e il mare”, evocata da Altiero Spinelli in un suo discorso al Parlamento europeo nel 1984 quando paragonò il progetto di un’Europa unita a un grande pesce a lungo sognato e finalmente catturato, ma del quale giungono a riva solo dei poveri resti, tanto hanno su di esso infierito gli squali.

Assomiglia un po’ a quello scheletro spolpato l’UE che approda a Bruxelles in questi giorni. Litigiosa e incapace di dare risposte ai gravi problemi che l’assillano, da quelli economici a quelli sociali, politicamente incerta sul da farsi, pressata alle sue frontiere da conflitti e turbolenze crescenti e priva di una leadership federale, in balia di egemonie nazionali impotenti e di potenti “freni tirati”, come nel caso della Gran Bretagna.

Quattro erano i nodi da sciogliere nella trattativa con Bruxelles: la conferma della sovranità nazionale inglese, i limiti della governance economica dell’eurozona, i campo di applicazione del welfare per i non-britannici e il rafforzamento del mercato interno. Tutti punti sui quali la Gran Bretagna è andata all’incasso, facilitata dal “ventre molle” di Bruxelles, rassegnato a rincorrere di volta in volta gli interessi nazionali e tanti saluti per quelli europei.

Se ai britannici dà fastidio il solo pensiero che si possa lavorare “a un’unione più stretta”, nessun problema: dimentichiamocene, prevale la sovranità nazionale e basterà l’opposizione di 16 Paesi o del 55% dei parlamentari nazionali per bloccare le decisioni di Bruxelles.

Dell’eurozona la Gran Bretagna non fa parte, ma potrà dire la sua a proposito della sua gestione. Più grave il “freno” posto alla libera circolazione dei cittadini comunitari, che dovranno aspettare fino a quattro anni per accedere alle misure del welfare, riservate ai cittadini britannici, con la possibilità che queste restrizioni possano essere adottate anche in altri Paesi UE. Infine, impegno a rafforzare il mercato interno e la competitività, riducendo regolamentazioni e costi amministrativi.

Adesso questa bozza di accordo andrà sul tavolo del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo del 18 febbraio prossimo e non sorprenderà se altri Paesi UE cercheranno di cogliere l’occasione per portare a casa anch’essi qualche concessione.

E’ così che, pezzo dopo pezzo, si può spolpare un’Unione che avrebbe invece bisogno di essere rimpolpata e andare proprio verso quella “unione più stretta” che la Gran Bretagna non vuole e che Bruxelles è pronta a tradire.

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