A Bruxelles la madre di tutte le battaglie?

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Fervono a Bruxelles e nelle capitali europee negoziati e contatti in vista del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo dei Ventisette del 17-18 luglio e molti sono tentati di suonare la tromba dell’”appuntamento con la Storia” o rievocare “la madre di tutte le battaglie”. Viene in mente quanto accadde all’indomani dell’abbattimento del Muro di Berlino nel 1989 quando vi fu chi parlò precipitosamente di “fine della Storia”, quando finiva solo “una” storia e ne cominciava un’altra: ci serva da insegnamento anche per oggi.

Certamente la situazione straordinaria generata dalla pandemia da Covid-19 chiede oggi risposte straordinarie e l’Unione Europea sembra finalmente orientata in questo senso, anche se non tutto si consumerà nei prossimi giorni. Da una parte, perché a pochi giorni di distanza pochi giurano che in settimana sarà trovato un accordo definitivo e, dall’altra, perché, se anche il miracolo si realizzasse, molta strada resterà da fare per ricostruire la futura Unione.

Detto questo, non si può negare che sul tavolo della trattativa ci siano molti ingredienti a forte impatto per il nostro futuro. Non si tratta tanto, o soltanto, delle dimensioni delle risorse finanziarie messe a disposizione, probabilmente in riduzione rispetto alla proposta della Commissione europea almeno per quanto riguarda il bilancio 2021-27, quanto piuttosto di come prenderà forma il compromesso tra gli attori, nazionali ed europei, sulle modalità di esecuzione di quelle risorse e con quali responsabilità.

Non stupisce che un’operazione di queste dimensioni inneschi tensioni non solo tra i governi nazionali, come nel caso dei “frugali” o dei Paesi del gruppo di Visegrad, ma anche tra questi e le Istituzioni europee. Qui è sotto pressione quel triangolo istituzionale che da sessant’anni è alla guida della Comunità europea prima, e dell’Unione dopo il 1992, con la Commissione europea e il Parlamento europeo naturalmente chiamati a spingere in avanti il processo di integrazione europea e il Consiglio dei  Capi di stato e di governo e dei loro ministri tradizionalmente impegnati a rallentare, quando non a deviare, quel percorso in avanti. Oggi forse un po’ meno dopo la secessione britannica, ma con nuovi Paesi che del Regno Unito sembrano riprendere il testimone, arroccandosi su una visione mercantile dell’Unione piuttosto che fare crescere quella politica e quindi coerentemente orientati a ridurre la responsabilità di istituzioni a dominante sovranazionale, come la Commissione europea e il Parlamento, in favore dei governi nazionali non solo nella fase di decisione ma anche in quella di esecuzione, per garantirsi strumenti di controllo sull’impiego delle risorse finanziarie UE, spazio che in misura diversa i Trattati affidano alle Istituzioni sovranazionali citate.

Oggi questo riposizionamento degli attori viene motivato dalla straordinarietà della situazione, per non dire dalla diffidenza reciproca tra i Paesi UE, con un’interpretazione della solidarietà comunitaria intesa come una miope convergenza di interessi immediati, alimentati dal timore sull’esito di consultazioni elettorali ravvicinate.

In questo senso il Consiglio europeo di metà luglio sarà l’occasione di una battaglia che, giocata sui numeri del bilancio 2021-2027 e sulla dotazione del “Piano per la ripresa”, in realtà anticipa anche per l’UE opzioni politiche in forte contrasto tra di loro: un loro chiarimento oggi, potrebbe evitare domani esiti in stile Brexit, tra i Paesi a cui basterebbe il mercato unico e chi invece vuole una capacità fiscale dell’Unione. Salvo chiedersi come possa a lungo funzionare un mercato unico senza una “fiscalità europea coordinata” e una moneta unica senza una politica economica comune.

Al di là della battaglia sui soldi al Consiglio europeo, potrebbe ripartire da quelle risposte che verranno date la vera “madre di tutte le battaglie”: perderla significherebbe perdere la guerra contro i risorgenti nazionalismi.   

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