A Bruxelles ancora un’occasione mancata

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Brutto clima al Consiglio Europeo di Primavera
Doveva essere un appuntamento importante quello dei Capi di Stato e di Governo riuniti a Bruxelles la fine della settimana scorsa. Lo chiamano il Consiglio Europeo di Primavera ed ha all’ordine del giorno temi di grande rilievo, in particolare i problemi dell’economia europea e le conseguenze per lo sviluppo dell’UE e per la creazione di posti di lavoro. Ma, ad immagine della meteorologia dei giorni scorsi, di primavera ce n’era poca nell’aria.
Non che non incombessero nuvoloni neri, tanto all’esterno che dentro l’UE dove si avverte da tempo bisogno di un po’ di sole. Era il primo incontro del genere dopo la vittoria di Hamas in Palestina e dopo la rottura del negoziato con l’Iran sulla produzione nucleare conclusasi con il deferimento di quel Paese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ai confini immediati dell’Ue altre turbolenze avrebbero dovuto attirare l’attenzione: i fremiti nazionalisti in Serbia attorno al cadavere di Milosevic, la repressione dei tentativi di confronto democratico in Bielorussia e il ritorno dell’influenza russa in Ucraina.
Anche dentro l’Unione non mancavano i motivi di preoccupazione: l’elettroencefalogramma ancora prevalentemente piatto della vicenda costituzionale ormai vicina alla prima verifica fissata per il giugno prossimo e le tensioni tra Stati membri impegnati a proteggere le aziende nazionali dai rischi della libera concorrenza, in particolare nel settore delicato dell’energia.
Ci sono volute una quarantina di pagine di conclusioni del Consiglio europeo per evocare alcuni di questi temi, ma di decisioni effettive nemmeno l’ombra. Molte pagine sono dedicate all’evoluzione della Strategia di Lisbona, ambizioso progetto di modernizzazione dell’economia europea, ma giusto per costatare il ritardo nella realizzazione degli obiettivi fissati e ricordare agli Stati membri che ad essi spetta recuperare il tempo perduto. Quasi una dichiarazione di impotenza da parte delle Istituzioni europee, sempre più costrette a predicare nel deserto e a registrare la debole coesione delle nostre economie. Senza contare che in Europa i tassi di disoccupazione restano di poco al di sotto del 10% e colpiscono soprattutto la popolazione giovanile innescando tensioni, come in questi giorni in Francia.
Molte le pagine sull’energia, anche a seguito del Libro verde formulato dalla Commissione per accelerare il confronto su un tema strategico, decisivo non solo per la salvaguardia dell’ambiente e il rilancio dell’economia, ma essenziale per l’indipendenza politica dell’Europa, come le recenti vicende invernali hanno messo in evidenza con la ripresa di potere della Russia. Alle molte pagine che descrivono la fragilità   dell’Europa in materia di sicurezza di approvvigionamento e di sostenibilità   dei costi, fanno seguito poche indicazioni operative e un timido accenno ad una «politica energetica comune»: il tutto lasciato ancora una volta al buon cuore degli Stati membri, che non sembrano avere alcuna intenzione di rinunciare alle loro residue sovranità   in materia.
La recente vicenda italo-francese scaturita dall’intenzione dell’ENEL di acquistare la concorrente francese aveva provocato un precipitoso innalzamento delle barriere d’oltralpe con il Governo intervenuto duramente a proteggere il proprio «campione nazionale» contro l’»aggressore» italiano. Non proprio una reazione di spirito europeo, ribadita l’altro giorno con arroganza a Bruxelles da Chirac, monarca al tramonto e mina vagante nel panorama dell’integrazione europea. Sull’argomento l’Italia ha tenuto un profilo basso: non solo perchà© in attesa del giudizio della Commissione europea cui era stato affidato il contenzioso, ma anche perchà© priva di credibilità  , e quindi di alleati, per contrastare il Presidente francese. Si illudeva il nostro Governo di poter cogliere l’occasione per almeno lanciare un appello in favore della ripresa dell’energia nucleare: tentativo ancora un volta miseramente fallito, a riprova della poca autorevolezza di politici dimostratisi in questi anni poco affidabili e ritenuti da molti a Bruxelles ormai senza futuro.
Così forse il solo sprazzo di sereno a Bruxelles è venuto dall’orientamento dei Capi di Stato e di Governo a voler cercare un’intesa sulla direttiva Bolkestein, relativa alla libera circolazione dei servizi nell’UE, seguendo la pista tracciata dal compromesso raggiunto il mese scorso dal Parlamento europeo.
Sarà   che dopo il rude inverno da cui veniamo, capita quest’anno che anche la primavera si faccia aspettare, nel Consiglio europeo ed altrove. Speriamo arrivi: meglio tardi che mai.

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