Islanda, la scelta dell’indipendenza dall’Unione Europea

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Si è tenuto in Islanda, il 29 agosto scorso, un referendum sulla riapertura dei negoziati con l’Unione europea per un’eventuale futura adesione.


L’Islanda aveva già fatto un primo percorso di negoziato, interrotto nel 2013 da un Governo euroscettico, preoccupato per l’indipendenza del Paese e per la protezione delle straordinarie ricchezze ittiche che possiede, spina dorsale della sua economia.


Al quesito posto, i cittadini islandesi, divisi fino all’ultimo quasi in egual misura sulla risposta da consegnare alle urne, hanno alla fine fatto prevalere un “no” anche ad un’eventuale futura adesione all’Unione, suo primo partner economico. Vero è, tuttavia, che l’Islanda è già parte
dell’area Schengen, dell’Area Economica Europea (EEA) dal 1994, partecipa ad alcuni programmi europei, quali Erasmus, ha già adottato circa il 75% della legislazione europea e fa parte del dialogo politico della Cooperazione politica europea creata nel 2022.


Una situazione che i cittadini islandesi non intendono quindi né superare né allargare ad un’adesione vera e propria, con tanto di rappresentanza politica a Bruxelles e partecipazione alle decisioni politiche dell’Unione. Una posizione che invia un chiaro messaggio all’Unione stessa, oggi più che mai in difficoltà sia da un punto di vista della sua coesione politica interna che da quello della sua fragile e frammentata presenza sulla scena internazionale e su quello della sua sicurezza e difesa.


Isolata nel bel mezzo dell’Atlantico del Nord, vicina all’Artico e a metà strada fra Europa e Stati Uniti, membro della NATO fin dal 1949, senza un proprio esercito ma con un accordo sulla sua difesa firmato nel lontano 1951 con gli Stati Uniti, l’Islanda sta assumendo un ruolo geopolitico sempre più importante, sia commerciale che militare, nello sviluppo di nuove vie marittime nell’Artico, dove ormai si incrociano interessi russi, cinesi e statunitensi.


La stabilità economica dell’isola è tuttavia nota e dinamica, si basa sulla pesca, 8% del PIL e il 40% delle esportazioni, sull’alluminio con il 35% delle esportazioni e secondo produttore in Europa dopo la Norvegia, sulla produzione di energie rinnovabili e sulla creazione di data centers, nati grazie alle abbondanti risorse idriche ed energetiche locali e collegati via cavo sia agli Stati Uniti che all’Europa. Un aspetto quest’ultimo che farà dell’Islanda un centro di rilievo per i dati e lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.


Al di là delle preoccupazioni islandesi sull’indipendenza dell’Isola e sulla salvaguardia delle sue ricchezze, appare evidente che nelle ragioni del “si”, minoritario, alla riapertura dei negoziati con l’Unione Europa avrebbe pesato, in un mondo tutto in evoluzione, anche il tema della sicurezza, soprattutto e non solo dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e dell’insicurezza regionale a nord che ne deriva, ma anche a causa dell’imprevedibilità dell’attuale politica estera e di difesa degli Stati Uniti, che minaccia costantemente di annessione la Groenlandia e il Canada.


Il risultato del referendum pone così fine ad un futuro europeo dell’Islanda. Una decisione che non mancherà di riportare sul tavolo delle politiche europee la complessità e le difficoltà delle politiche UE di allargamento nel loro insieme e risolleverà antichi dubbi ad altri Paesi, come la Norvegia o come il sussurrato desiderio di ritorno della Gran Bretagna.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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