La lezione di Brexit dieci anni dopo

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Sono passati dieci anni dall’azzardato referendum del 23 giugno 2016 deciso dall’allora Primo ministro conservatore britannico, David Cameron, sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea che avrebbe portato a una rottura tra le due sponde della Manica.

A ben guardare, sembra che un decennio non sia stato sufficiente per imparare la lezione di una decisione politica avventata, in particolare da parte non solo dei sudditi di Sua Maestà ma anche di forze politiche nell’UE e di qualche residuo nostalgico della “Nazione”. Per questo è forse utile un breve ripasso della storia per chi si illude di modificare la geografia politica dell’Europa, riportandola a quella della prima metà del Novecento.

Non era stato un percorso facile quello per l’ingresso del Regno Unito nell’allora Comunità europea: né la visione “europeista” di Winston Churchill aveva scaldato i cuori dei britannici, che avrebbero impiegato una trentina d’anni a convincersi di passare la Manica, né sollevato entusiasmi nel Continente, in particolare in Francia da parte del Generale Charles De Gaulle.

L’ingresso nella CEE avvenne nel 1973, ma già nel 1975 un referendum si interrogava sulla permanenza nella Comunità, allora confermandola.

Fin dall’adesione, il Regno Unito rimase con un piede sul continente e l’altro ben saldo sull’isola e così andarono, con alterne vicende, i quattro decenni successivi. Nel 2016, sotto la spinta di movimenti nazional-populisti che si andavano diffondendo un po’ ovunque in Europa, complici la pesante crisi economica e la pressione migratoria, una campagna di intensa disinformazione da parte del partito indipendentista UKIP, guidato da Nigel Farage, produsse una risicata maggioranza del 51,9% in favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Sarebbero stati necessari quasi quattro anni di contrastati negoziati per giungere a una separazione consensuale, che lasciava però irrisolti nodi importanti nelle relazioni tra le due parti, salvo riprendere progressivamente uno stentato dialogo nel mutato scenario mondiale, dopo la duplice irruzione nel 2017 e 2025 di Donald Trump, un nazional-populista prepotente che avrebbe rotto tradizionali alleanze, compresa la “relazione  speciale” tra USA e Regno Unito, con il risultato di isolare ulteriormente anche l’isola di Sua Maestà.

Che la secessione britannica sia stata una ferita per tutta l’Europa e, a tutt’oggi, un profondo trauma per il Regno Unito, con pesanti conseguenze economiche e commerciali, è valutazione largamente condivisa e confermata da sondaggi popolari largamente favorevoli a un ritorno nell’UE, senza tuttavia che la lezione sia stata colta da molti, su entrambe le sponde della Manica.

Non nel Regno Unito, dove l’intramontabile Farage continua con crescente successo il suo delirio indipendentista e i governi, prima conservatori e adesso quello laburista in crisi, non riescono a venirsene fuori dal pantano politico in cui sono finiti.

Ma la lezione non sembra essere servita neanche ai nazional-populisti nostrani, tanto a est che a ovest, come in un Paese fondatore dell’UE come l’Italia con i suoi Salvini, Vannacci e altri camerati, in attesa che anche la presidente del Consiglio, appresa finalmente la lezione trumpiana, sciolga le sue molte ambiguità.

Lo impone con urgenza la situazione di oggi sul Continente e nel mondo, visto quanto sta accadendo con l’invasione russa dell’Ucraina e con le guerre in Medioriente, dove i nazionalismi mietono vittime, tanto in quelle che si considerano ancora delle democrazie che nei regimi autoritari.

Al punto da pensare che la vittima collaterale di questi nazionalismi sia la democrazia, lo sconvolgimento del quadro politico con partiti in caduta libera e la partecipazione al voto un rito in esaurimento, con l’indebolimento di quello che resta della buona politica.

Perché, alla fine, per fare una buona Europa è indispensabile una buona politica.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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