
Sarebbe divertente questa nostra Europa, se non fosse così fragile e sotto pressione alle sue frontiere.
E’ fragile l’Unione Europea con i suoi 27 staterelli (20 di questi sono meno popolosi della Regione di Parigi), in costante tensione tra di loro e un’altra decina di Paesi che vorrebbe farne parte, e con i suoi attuali 450 milioni di abitanti, segnati da un’età media attorno ai 50 anni.
Ma è anche divertente questa Europa che qualche volta assomiglia al laboratorio di uno scienziato pazzo e che, proprio mentre l’Unione Europea sta attivando un nuovo cantiere di allargamenti con nuovi popoli in arrivo, ha visto la Svizzera esibirsi in un referendum sulla limitazione della sua popolazione al tetto di 10 milioni di residenti.
La Svizzera è uno Stato federale, guardato con interesse da un’Unione Europea che federale dovrebbe esserlo, con indici di ricchezza e benessere invidiabili, una neutralità di cui è gelosa e oggi anche vantaggiosa.
Ma la Svizzera ha un problema: nonostante sia senza un un mare che veicola migranti e con montagne che dovrebbero proteggerla dalle invasioni, la Svizzera ha un terzo di abitanti stranieri, cresciuti molto rapidamente negli ultimi 10 anni e aumenta la paura cavalcata, come da manuale, dalle destre che hanno promosso il referendum di domenica scorsa.
Il risultato della consultazione elettorale non mette tranquilli nessuno: non chi l’ha promosso e perso non di molto né chi si è opposto, tutti avvertono il ritorno di un venticello in provenienza dalla Manica con l’azzardato referendum di Brexit di dieci anni fa, con i risultati che sappiamo, in particolare i cittadini di sua Maestà oggi pentiti delle loro scelte, anche se non ancora abbastanza.
E poiché questa è anche la settimana in cui parte il negoziato per l’adesione all’UE di Ucraina e Moldova ed è rilanciato il dialogo per l’ingresso dei Paesi balcanici, l’altalena di “aperture e chiusure” stimola qualche riflessione, tanto più all’indomani dell’entrata in vigore il 12 giugno scorso del Patto UE su migrazione ed asilo, dove la dominante è chiusura.
Sul tema, UE e Svizzera condividono inquietanti somiglianze e evidenti contraddizioni: l’apertura per favorire mercato e libera circolazione di capitali, la chiusura per limitare la libera circolazione delle persone da oltre confine per l’evidente incapacità di governarla, privandosi per entrambe le realtà – e per l’Unione Europea in particolare – di risorse vitali per l’economia di domani.
La priorità alla libera circolazione dei capitali, dei beni e dei servizi si traduce nell’UE nel freno alla libera circolazione delle persone e all’accoglienza di un capitale umano, vero investimento per il futuro di un’Unione in caduta demografica e con penuria di lavoratori giovani.
Sembra tornare l’ossessione delle “piccole patrie”, abbondantemente alimentata dal nazional-populismo largamente diffuso in Europa, proprio mentre cresce la minaccia di grandi Paesi predatori che dell’Europa farebbero volentieri un boccone solo.
Intanto l’Unione Europea, consapevole di quanto sia piccola in questo mondo fuori controllo, procede coerentemente con la sua pacifica espansione nel continente, da riunificare dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’implosione della ex-Jugoslavia. Sarà un’impresa difficile, da affrontare con misurata progressività, ma restando credibile con i Paesi candidati all’adesione, in particolare con quello di maggiori dimensioni e di complesso profilo politico, come l’Ucraina, chiamata a riforme importanti.
Senza dimenticare che riforme importanti ed urgenti le deve affrontare l’Unione Europea per non schiantarsi all’impatto con i nuovi Paesi, tanto nel suo assetto istituzionale che nelle sue future politiche, dandosi gli strumenti necessari per attivarle seriamente, cominciando dal Bilancio UE 2028-2034, periodo nel quale cominceranno ad entrare nuovi partner e tutto rischia di farsi più complicato se non si provvede prima.












