Muri sempre più alti per fermare i migranti

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Sembra un’ amara coincidenza il fatto che a poche ore di distanza dall’avvio della coppa del mondo di football negli Stati Uniti entrava in vigore nell’Unione Europea il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. Due avvenimenti che mettono sotto i riflettori, al di là dell’aspetto sportivo del primo, la politica migratoria di chiusura delle frontiere sulle due sponde dell’Atlantico.

Dagli Stati Uniti arriva il messaggio che anche lo sport può essere usato come un’arma politica e geopolitica, attraverso la negazione di visti e di ingresso negli USA per i tifosi e altri responsabili sportivi di alcuni Paesi, in particolare africani, o applicando prezzi finanziari troppo elevati per poter partecipare a quella che è sempre stata considerata una festa e  una competizione sportiva che coinvolgeva nel gioco il mondo intero.

Sono infatti ancora presenti tutti i segni di quello che è stata e continua a essere la repressione e la violenta caccia ai migranti voluta dalla politica di Trump e messa in opera, in particolare, dall’ICE, il Servizio dell’immigrazione e delle dogane, un’agenzia federale del dispositivo di sicurezza statunitense e oggi in carica della sicurezza globale del campionato mondiale in corso. 

Nell’Unione Europea i muri e le chiusure delle frontiere sono diventati gli strumenti privilegiati per affrontare le migrazioni e le richieste di protezione internazionale. L’entrata in vigore, infatti, del Patto sulla migrazione e l’asilo il 12 giugno scorso in tutti gli Stati membri, interroga sul rispetto dei valori fondanti dell’Unione nonché sul rispetto e la tutela del diritto internazionale e d’asilo a scapito di una manifesta priorità politica di controllo delle frontiere e della sicurezza dell’Unione stessa. 

Una svolta politica che desta, in gran parte dei cittadini europei, apprensione e preoccupazione. In primo luogo, l’istituzionalizzazione degli hotspot, centri alle frontiere dell’Unione in cui i migranti vengono trattenuti, identificati, valutati in particolare sulla loro provenienza  geografica e  orientati verso procedure accelerate ritenute più appropriate, compreso il rimpatrio immediato. Un approccio che non garantisce un esame approfondito e serio delle richieste di protezione internazionale e di conseguenza del rispetto del diritto di asilo e dei diritti fondamentali delle persone migranti.

Desta inquietudine, inoltre, il concetto di “paese terzo sicuro” , un meccanismo che permette all’Unione di trasferire ad altri Paesi con cui ha concluso un accordo, la responsabilità di valutare le richieste d’asilo. Non solo, ma con l’adozione di un nuovo regolamento sui rimpatri è prevista la creazione di hub in Paesi terzi dove poter trattenere le persone in attesa di rimpatrio. Un ulteriore approccio  che, oltre ad allontanare sempre più la responsabilità dell’Unione nella gestione delle sue frontiere per quanto riguarda le migrazioni, mette in serio pericolo tutta la tutela dei diritti fondamentali dei migranti e chiude gli occhi di fronte a tutti gli abusi che ne possono derivare.

Ed infine, con l’entrata in vigore del Patto, è lecito interrogarsi sulla solidarietà fra gli Stati membri al riguardo. Di fronte alle grandi sfide globali a cui  l’Unione è confrontata, sfide in cui l’immigrazione è intimamente legata alla difesa dei suoi stessi valori fondanti ma anche alla costruzione del suo futuro, la solidarietà “obbligatoria” si è tradotta non solo nella disponibilità all’accoglienza e nella ricollocazione dei migranti che approdano in Europa, ma, in alternativa, anche alla possibilità di un contributo finanziario di 20.000 Euro per ogni migrante non accolto. Triste valutazione di quanto costa, per l’Unione, una persona in cerca di quella protezione che il diritto internazionale e di asilo dovrebbe universalmente garantirle.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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