Armenia, lo sguardo all’Europa e le minacce dalla Russia

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Si sono svolte domenica 7 giugno le elezioni legislative in Armenia, un appuntamento elettorale atteso, forse per la prima volta, contemporaneamente dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla Russia. Un appuntamento che si inserisce nel grande ed incerto mutamento in corso della geopolitica globale.

Paese di nemmeno tre milioni di abitanti, situato in un Caucaso del sud geograficamente strategico e le cui frontiere con la Turchia, l’Azerbaijan, la Georgia e l’Iran danno la misura della sua vulnerabilità e della sua incertezza su un futuro ancora tutto da scrivere. In gioco alle elezioni, infatti, il destino di un piccolo Paese fino a pochi anni fa molto legato alla Russia, reduce da un lungo periodo di guerre con l’Azerbaijan per l’enclave armena in territorio azero del Nagorno Karabak e, in prospettiva, un riorientamento politico verso l’Occidente e, in particolare verso l’Unione Europea.

Elezioni legislative, dunque, di intensa sfida politica per il Paese, dove il partito al governo, “Contratto Civile”, del primo ministro uscente Nikol Pashinyan, favorevole alla svolta europea e attore principale della Rivoluzione di velluto del 2018, ha ottenuto una vittoria significativa sui partiti di opposizione, legati al mantenimento delle tradizionali relazioni con Mosca. Una vittoria netta che ha sfiorato il 50% dei voti, contro il 23,2 % di “Armenia Forte” guidata dal miliardario armeno-russo Samvel Karapetyan. 

Se da una parte tale vittoria è stata salutata con entusiasmo dall’Unione Europea, che in questi ultimi tempi aveva puntato i suoi riflettori sull’Armenia,  accelerando e approfondendo le relazioni politiche ed economiche, dall’altra la Russia non ha esitato a manifestare la sua disapprovazione e a minacciare l’Armenia, ricordandole, con brutalità, la sorte riservata all’Ucraina al riguardo. Armenia quindi, come Ucraina, Moldavia e Georgia al centro della battaglia di influenza che la Russia muove all’Europa in quello che considera il suo “estero vicino”, impaurita ormai più dalla democrazia che dalla sicurezza ai suoi  confini.

Pashinyan ha vinto sulla base di un programma che prometteva  stabilità nella regione, nuovi percorsi di pace con Azerbaijan e Turchia, buone relazioni anche con la Russia, un percorso verso la democrazia e l’Europa, senza dimenticare la gestione del rapporto con gli Stati Uniti, i quali, vista la posizione geostrategica di Yerevan, hanno ostentatamente manifestato interesse sull’insieme del Caucaso del Sud.

Non sarà un programma facile da attuare e non solo perché il partito di Pashinyan, non avendo ottenuto la maggioranza assoluta, dovrà fare i conti con i partiti dell’opposizione, decisi a dar battaglia sul futuro dell’Armenia. Sarà lungo il cammino, infatti, verso la pace con Baku e Ankara, due regimi autoritari lontani dalla prospettiva democratica  ; sono incerti e inquietanti i rapporti con la Russia, che ha fatto di tutto per sbarrare la strada alla vittoria di  Pashinyan e imponendogli di decidere da che parte stare. 

Sarà infine molto lungo e impegnativo il percorso intrapreso con Bruxelles, consolidatosi, all’inizio dello scorso mese di maggio, in un vero e proprio Partenariato strategico. Senza dimenticare che nel mese di marzo 2025, il Parlamento armeno aveva adottato una legge per avviare formalmente il processo di adesione all’Unione Europea. Un altro chiaro richiamo all’Unione, proveniente dalle sue strategiche frontiere orientali. 

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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