
Cambiamento di copione per raccontare l’Unione Europea, trasformata da una realtà sbiadita a una protagonista della drammatica attualità del momento.
Vale per i fronti di guerra ai suoi confini, per la permanente contesa con gli Stati Uniti di Trump che minaccia di ritirare le sue truppe dall’Europa, ma vale anche per i fronti interni che premono sulle Istituzioni comunitarie per esigere risposte alla crisi, quella energetica in particolare, con il rischio di aprire una faglia profonda nella coesione politica dell’UE.
Di questo clima, per la verità non nuovissimo, c’è stata ampia traccia nell’Assemblea di Confindustria a Roma, nel dialogo complice tra il mondo imprenditoriale e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla presenza silenziosa in sala del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Nel quadro di una crisi economica strisciante dell’Unione Europea, e di quella aggravatasi pesantemente in Italia nel corso della presente legislatura, erano davanti a tutti numeri impietosi.
Dalla debole crescita UE a quella dimezzata dell’Italia, dai debiti pubblici in aggravamento all’impennata di quello dell’Italia, previsto l’anno prossimo oltre il 139% del PIL, peggio della Grecia e il doppio del debito tedesco, fino all’aumento in corso dell’inflazione, senza dimenticare altre variabili sconsolanti sul nostro posizionamento in fondo alla lista della spesa destinata all’istruzione (dietro di noi solo Irlanda e Romania) e con 13 punti percentuali in meno rispetto alla media di laureati nell’UE.
Completerebbe il quadro dei ritardi accumulati il Rapporto annuale 2026 dell’Istat dei giorni scorsi che, sommati ai dati citati sopra, spiegano il tono degli orientamenti proposti il 3 giugno da Bruxelles all’Italia per avviarsi verso rilevanti cambiamenti di rotta.
Ma c’è un problema: invitare a cambiamenti di rotta nella politica economica in una vigilia elettorale è un’impresa che, con l’Italia, dovrebbero affrontare anche con altri Francia, Spagna, Polonia, tutte alle prese con elezioni molto sensibili, per se stesse e per l’Unione Europea.
E’ questo il contesto di crisi nel quale, all’Assemblea di Confindustria la settimana scorsa, l’Europa è stata riportata al centro dell’attenzione. Un po’ per cercare di forzare Bruxelles ad avere comprensione per la situazione dell’Italia, consentendole qualche flessibilità in più di quelle già previste dal Patto di stabilità e dal possibile ricorso a consistenti fondi europei ancora disponibili come quelli per la coesione e, soprattutto, per attivare l’abituale tattica nostrana dello scaricabarile, attribuendo a Bruxelles responsabilità che avrebbe se solo le fossero riconosciute dai governi nazionali, dotandola di regole e risorse finanziarie oggi negate.
A cominciare, per semplificare, dalla revisione della regola del voto all’unanimità, cui la presidente Meloni resta affezionata, mentre vorrebbe eliminare altre regole UE a salvaguardia di una corretta cooperazione europea, denunciando la “burocrazia di Bruxelles”, dimenticando come funziona quella italiana.
Si inserisce in questo quadro anche il duro confronto in corso sul futuro bilancio settennale UE 2028-2034 per il quale nessun governo nazionale vuole liberare risorse, ma dal quale molti si aspettano boccate di ossigeno, non importa se l’invocato nuovo debito pubblico è una cambiale che dovranno pagare le future generazioni, quelle magari che dovrebbero a questo punto andare a votare per farsi sentire.
Per non dire dell’esperienza non proprio entusiasmante della gestione dei fondi straordinari UE del PNRR, in particolare in favore dei giovani e della transizione ambientale, sulla quale non devono ingannare per l’Italia i buoni risultati conseguiti in alcuni territori come il nostro.
E’ complesso il bilancio delle responsabilità da ripartire tra l’UE e i governi nazionali. Qualcuno di questi ultimi non sembra proprio avere le carte in regola per alzare troppo la voce, meglio sarebbe lo facesse ai tavoli dove da anni avrebbe dovuto fare crescere l’Unione Europea e, solo dopo, chiederle conto di quanto fatto.












