
Fa un certo effetto vedere che, a qualche giorno dalla sconfitta della nazionale di calcio e dalla sua eliminazione dai mondiali, il più diffuso e venduto quotidiano italiano abbia continuato a dedicare all’argomento molte pagine, mentre infuriano le guerre non lontano dai nostri confini e con l’Europa, e più ancora l’Italia, che rischiano di pagarvi costi molto alti.
Una sproporzione di attenzione che si spiega solo, da una parte, con l’imprevedibilità del predatore americano le cui dichiarazioni si contraddicono a un ritmo tale che nemmeno un quotidiano può garantirne l’attualità e, dall’altra, con la “buona intenzione” condivisa col governo di non allarmare, evitando di prospettare le pesanti conseguenze che si annunciano.
Sulle giravolte di Trump, nessuna pretesa per un settimanale di raccontarne le impennate quotidiane, solo un tentativo di valutarne l’impatto per l’Europa e quindi anche per l’Italia.
L’Europa è dentro una crisi indotta da molteplici fattori: da quelli politici, derivati da una rottura ormai irreversibile delle alleanze tradizionali e dalla fragilità del consenso accordato alle maggioranze che governano i suoi Paesi, a quelli economici di una crescita lenta che già intravvede in tempi brevi una recessione fino al rischio di una crisi finanziaria per sforamento delle soglie di deficit e di debito con costi pesanti per i bilanci pubblici in presenza di una ripresa dell’inflazione.
Si torna così a parlare di una tempesta perfetta dove turbolenze diverse generano incertezza tra i responsabili politici europei che non vogliono farsi coinvolgere nella guerra scatenata da Stati Uniti e Israele, ma sono esposti ai ricatti militari di Trump e devono, prima o poi, farsi carico di una soluzione per liberare i flussi commerciali bloccati in Medio Oriente.
Il tentativo in corso di aggregare una “coalizione di volenterosi” che, dopo il cessate il fuoco e con la copertura dell’ONU, possa farsi carico di questa soluzione è appena agli inizi e richiederà tempo.
Intanto i costi finali dell’energia salgono un po’ ovunque, si riducono le riserve accumulate e si evoca la possibilità di razionamenti, parola che non sentivamo da tempo, annunciando il ritorno di una disciplina alla quale non eravamo più abituati.
Non sarà quindi una sorpresa se torneremo a sentire parlare di austerità, seppure in un contesto di assetti della finanza pubblica in miglior stato di salute rispetto alle crisi del primo decennio del secolo, con la speranza che nel frattempo l’Unione Europea abbia imparato la lezione di quanto imposto allora alla Grecia e non solo. Non sembra però che questo annunci ad oggi un allentamento del “Patto di stabilità”, come sollecitato non a caso proprio da Grecia ed Italia, con quest’ultima candidata a essere tra i primi Paesi UE ad andare in recessione e ancora imprigionata dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, mentre eccessivo resta anche il debito pubblico che continua a salire.
Forse è anche per questo che il governo italiano, diversamente da quanto ha fatto con la “coalizione dei volenterosi” per l’Ucraina, dove è rimasto a lungo defilato, ha questa volta risposto positivamente ad una coalizione per interventi congiunti europei con l’obiettivo di liberare lo stretto di Hormuz quando vi saranno le condizioni.
Intanto le condizioni nelle quali il governo deve presentare, entro pochi giorni, il Documento di economia e finanza per il 2027 sono segnate da grande incertezza, con le previsioni di Banca d’Italia che annuncia una caduta del tasso di crescita e la Banca centrale europea che intravvede un possibile raddoppio dell’inflazione già l’anno prossimo, in coincidenza con un periodo di recessione.
Dopo aver “ringraziato” per tutto questo i signori della guerra, meglio lasciar cadere le illusioni e prepararsi a giorni difficili.











