
Dura ormai da quattro anni la guerra della Russia all’Ucraina, un periodo per l’Unione Europea denso di avvenimenti tanto al suo interno e oltre i suoi confini.
Nel resto del mondo, all’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha fatto seguito nel 2024 l’esplosione del conflitto israelo-palestinese con la successiva distruzione di Gaza. Il 2025 è iniziato con il ritorno al potere di Donald Trump negli USA con la tempesta dei dazi, tuttora in corso, e la minaccia di annessione della Groenlandia, e altre entrate a gamba tesa sul campo da gioco europeo. In particolare nei confronti dell’Ucraina, abbandonata da Trump al suo destino e consegnata alla responsabilità dell’Unione Europea, tenuta però fuori dai tavoli delle trattative di pace per non disturbare l’interlocutore-complice del Cremlino.
Alle prese con tutte queste turbolenze l’Unione Europea ha tenuto il punto in difesa dell’Ucraina, garantendole una pronta solidarietà, prima umanitaria e finanziaria, e poi anche militare, a fronte di una sua opinione pubblica logorata dall’attesa di una pace ancora lontana. E questo nonostante la difficoltà dell’UE a mantenere una coesione politica nei confronti dell’ex-alleato americano, frammentandosi ulteriormente tanto in seno al Parlamento europeo che nel Consiglio dei governi dei suoi Stati membri.
Tra i nodi che l’UE dovrà sciogliere nell’anno appena iniziato, insieme con il rilancio dell’economia e i negoziati per il bilancio pluriennale 2028-2034, incombe un interrogativo importante: nella futura politica degli allargamenti, da tempo previsti per i Balcani, quali i tempi e le modalità per il percorso dell’Ucraina verso l’adesione all’Unione Europea?
Che l’Ucraina entri nell’UE è una decisione presa e fuori discussione, salvo per l’Ungheria e vedremo con quali altri suoi “patrioti complici”. Che entri appena cessata la guerra e prima possibile è l’orientamento prevalente tra i Ventisette. Resta da capire quando. Comprensibile che l’Ucraina, sostenuta in questo da Trump, voglia aderire fino dal 2027, anche come garanzia per la sua sicurezza futura.
Politicamente l’Ucraina è ancora lontana da quello Stato di diritto che è il primo fondamentale criterio per l’ingresso nell’UE, in particolare nel contrasto alla corruzione. Da un punto di vista economico l’impatto di un Paese in macerie in un’Unione già poco competitiva e dotata di un bilancio già oggi insufficiente per i Ventisette lascia presagire tensioni anche sociali, come è prevedibile per la pressione sui fondi di coesione regionale e per quelli della futura politica agricola comune, confrontata con un Paese a forte vocazione rurale che già sta facendo fibrillare Paesi come la Polonia, in attesa che in merito si manifestino Francia e Italia.
A fronte di questi interrogativi non va però dimenticato quello che l’Ucraina porta in dote all’UE: una popolazione di quasi 50 milioni di abitanti (quarto Paese dopo Germania, Francia e Italia), una storia di resistenza che ha stupito il mondo e fermato Putin, un’esperienza preziosa di capacità e di innovazione militare, un prezioso contributo per la sicurezza dell’UE.
Si tratta di elementi positivi ma che portano con sé un forte sentimento di identità nazionale, comprensibilmente alimentato dalla violenza subita da oltre frontiera, un malessere che rischia di saldarsi al virus dei nazionalismi diffusi nell’Unione, da contrastare proprio se si vuole riuscire l’allargamento più difficile della storia dell’UE.
Per riuscire nell’impresa l’Unione dovrà procedere con gradualità mettendo a frutto della lezione impartitale dagli allargamenti precedenti: da quello con il Regno Unito nel 1973 e, soprattutto, da quello del 2004 verso est: il quadrante che, con l’arrivo dell’Ucraina e dei Paesi balcanici, sarà al centro, non solo geografico, della futura Unione.












