Quando la storia si muove, anche la geografia ne risente: quella politica in particolare, con confini che si spostano pericolosamente, come in Ucraina e nei molti conflitti bellici nel mondo.
Nell’Unione Europea siamo stati finora al riparo da modifiche dei confini fisici, salvo il caso della ex-Cecoslovacchia, dopo una separazione consensuale in due Stati, e altri cambiamenti non si intravvedono né sono auspicabili.
E’ invece in corso di trasformazione la mappa politica dell’UE, in parte per le alternanze al governo delle forze politiche, come avviene normalmente nelle nostre sopravvissute democrazie, in parte per il mutare del quadro politico internazionale, in particolare sul versante delle relazioni transatlantiche dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump.
La mappa politica europea, che già vedeva nell’UE una progressione delle forze politiche di centro destra e di destra estrema, a seguito dell’irruzione del predatore americano e della sua malcelata complicità con il dittatore russo sta mutando i suoi colori, con l’effetto anche di chiarire le posizioni tra i Paesi membri dell’Unione.
Una buona occasione per un chiarimento è stata la settimana scorsa tanto il passaggio del Segretario di Stato USA, Marco Rubio, in Europa e la vicenda della partecipazione al lancio a Washington del “Consiglio di pace”, quella singolare “ONU privata” che Trump si è cucito addosso per governare i conflitti nel mondo, il suo sport preferito, anche se con pochi e discutibili risultati.
Marco Rubio, dopo aver tenuto alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco un discorso solo apparentemente amichevole verso l’Europa, non ha perso tempo a far sapere da che parte stava andando a offrire il sostegno USA all’Ungheria di Viktor Orban considerando una sua vittoria elettorale anche una vittoria per gli USA, pronti a un sostegno anche finanziariamente, completando poi la sua gita in Slovacchia.
Un altro utile chiarimento sulla geografia politica UE, come ridisegnata da Trump, quanto avvenuto con il lancio del “Consiglio di pace”, lo consente la lettura della lista dei Paesi europei presenti a Washington. Sono pochi quelli nettamente schierati con l’ex-alleato: naturalmente la vassalla Ungheria e una marginale Bulgaria tra i partecipanti e Grecia, Cipro, Romania e Italia come osservatori. Inutile dire che ad attirare l’attenzione e il malcontento degli europei sia stata la scelta di essere presente come “osservatrice” dell’Italia, il solo dei Paesi fondatori UE e tra i primi tre per dimensioni demografiche ed economiche.
Per l’Italia non proprio una grande compagnia, al punto da chiedersi come si muova questo governo nella rete delle alleanze interne all’Unione, quai si candidasse a essere nell’UE il Paese “primo tra gli ultimi”, quando meglio gli converrebbe essere nel gruppo di testa, come sembrava orientato dopo un giro di valzer con il Cancelliere tedesco, consumatosi presto, e malgrado la persistente ostilità alla Francia, inserendosi in squadra con i due Paesi che, non senza difficoltà, continuano nella loro “relazione speciale” alla guida dell’Unione Europea.
Per la presidente del Consiglio italiano prosegue il contorsionismo con il quale insiste a presentarsi come ponte tra USA e UE. In questo caso con l’aggravante di dare, per quel poco che conta politicamente, copertura ad un’iniziativa in contrasto non solo con il diritto internazionale ma anche con la Costituzione italiana e non solo con riferimento al suo art. 11, ma anche all’art. 80 che dovrebbe vedere coinvolto il Parlamento in operazioni di questa natura.
Verranno per l’Unione e per l’Italia giorni difficili, meglio serrare le fila con chi ha a cuore il rilancio dell’integrazione europea piuttosto di restare nella sgangherata compagnia di chi lo contrasta.













