
Ancora una volta l’occasione potrebbe essere quella buona, importante non sprecarla come spesso è capitato nella storia dell’Unione Europea dove la lista delle occasioni mancate è lunga.
Solo per ricordarne alcune: l’affossamento del progetto di Comunità europea di difesa nel 1954, il mancato chiarimento con il Regno Unito al suo ingresso nella Comunità europea nel 1973, lo spegnimento del dialogo con la Russia dopo il 1991, la gabbia del Trattato di Maastricht nel 1992, il suicidio del progetto per una Costituzione europea nel 2005, i ritardi nel progredire verso l’adesione all’UE della Turchia di allora nel nuovo millennio, la gestione sciagurata della crisi finanziaria a cavallo del primo decennio del secolo pagata a duro prezzo dalla Grecia e non solo, il generoso allargamento ad est non governato con la necessaria severità, con il regalo avvelenato di Ungheria e dintorni.
E si potrebbe continuare con errori ed omissioni più recenti, ancora oggi sotto gli occhi di tutti. L’occasione da non perdere adesso ha due componenti, una interna e l’altra esterna all’Unione Europea.
Dall’esterno, preme la spinta sull’UE per ripensare con lungimiranza e coraggio il suo progetto di integrazione politica “con chi ci sta”, per uscire dalla morsa di due autocrati e compari di affari come Trump e Putin, senza farsi sedurre dalla silenziosa e paziente Cina.
All’interno, è presente la leva di un’economia ancora importante ma da rilanciare, grazie anche alla nostra forza commerciale, l’avvio faticoso ma reale di una politica comune di sicurezza e la resistenza alle pressioni americane sulle regole a salvaguardia della libertà degli strumenti digitali, senza rinunciare a progredire con realismo nelle politiche ambientali.
Sono queste, tra le altre, le risposte che attendono con urgenza i cittadini europei, come rilevato dall’ultima indagine demoscopica dell’Eurobarometro che ha registrato una crescita di fiducia nei confronti dell’Unione Europea e una domanda popolare pressante di rassicurazione, presente e futura, per i cittadini.
Questa spinta popolare potrebbe saldarsi con le voci che da tempo suonano la sveglia a Bruxelles, dove il Consiglio dei 27 governi nazionali continua a tergiversare su nodi politici importanti e la Commissione europea mostra un’insufficiente capacità di iniziativa, come invece le impone il Trattato UE.
Si collocano in questo contesto le voci di due ex-presidenti del Consiglio italiano, Enrico Letta e Mario Draghi, autori di due sferzanti rapporti, rispettivamente sul completamento del mercato unico e sul rilancio della competitività, convergendo entrambi verso la richiesta di una profonda revisione del progetto di integrazione europea.
È della settimana scorsa il reiterato appello di Draghi ad attivare con coraggio, con chi ci sta, un federalismo pragmatico in settori sotto la pressione internazionale, dalla politica industriale alla difesa fino allo sviluppo tecnologico, liberando il processo decisionale dal cappio del voto all’unanimità.
Entrambi, Draghi e Letta, interverranno il prossimo 12 febbraio in Belgio alla riunione straordinaria dei Capi di Stato e di governo dei 27 Paesi UE, convocati d’urgenza dal Presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.
Sarà l’occasione da non perdere, non solo per chiarire quale sarà la nuova Unione da mettere al più presto in cantiere, ma anche per verificare chi possano essere in quell’assemblea, e altrove in Europa, i “capitani coraggiosi” in grado di rispondere alle pressanti attese dei cittadini europei e chi, invece, saranno i “rassegnati notai” responsabili di registrare il tramonto e la fine della straordinaria avventura pacifica della riunificazione continentale avviata dopo la Seconda guerra mondiale, per scongiurarne una Terza, non solo mondiale ma finale.












