Nuovo allarme di Draghi all’Europa

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Non è la prima volta che Mario Draghi, ex-presidente della Banca centrale europea e ex-presidente del Consiglio italiano, forte di queste esperienze su due versanti diversi ma tra loro intrecciati della politica comunitaria, lancia un allarme sul futuro dell’Unione Europea.

Non a caso lo ha rifatto lunedì scorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte dell’antica e prestigiosa Università cattolica di Lovanio, situata appena a una ventina di chilometri da Bruxelles dove i Vertici UE avrebbero potuto sentirlo aprendo le finestre del Palazzo.

Non si è trattato di una banale ripetizione di altri insistenti interventi del passato, a cominciare da una secca intervista all’Economist il 6 settembre 2024, con temi rilanciati in progressione a più riprese, fino al discorso di Lovanio.

Per questi due interventi non sono banali le date: la prima, all’indomani delle elezioni europee e del problematico rinnovo del mandato a presidente della Commissione di Ursula von der Leyen; la seconda nel corso di una crisi mondiale che ha visto indebolirsi il ruolo della Commissione e della sua presidente e alla vigilia di confronti serrati tra i Vertici europei, come quello convocato proprio nei dintorni di Lovanio dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, il prossimo 12 febbraio, con la presenza di Draghi.

Anche se si trattasse solo di coincidenze di date e luoghi, cosa politicamente non priva di interesse,queste stimolano una riflessione anche sulle prospettive per nuove future leadership europee.

Che poi questo allarme non sia una ripetizione risulta anche dal tema centrale dell’ultimo intervento di Draghi: quello dello sfavorevole rapporto di forza dell’UE con i suoi competitori se affidato alla sola leva della capacità economica e commerciale, senza quella degli strumenti necessari per la politica industriale e la sicurezza.

La forza del mercato unico europeo, zavorrato da pesanti dazi interni, perde competitività e regista una debole crescita nello scambio commerciale intra-UE, nella circolazione dei beni, calata tra il 2023 e il 2024 dal 23,5% al 22%, e dei servizi, rimasti fermi al 7,9%. Previsioni migliori riguardano il commercio internazionale, dopo il blocco dei dazi USA, grazie ai nuovi accordi con il Mercosur e l’India, quando saranno pienamente attivati.

Intanto il quadro mondiale è cambiato con il nuovo protagonismo di Stati Uniti e Cina, con l’Europa che corre il rischio di esservi subordinata.

Non è troppo presto per correre ai ripari, facendo leva su un “federalismo pragmatico” in grado di attivare tutte le potenzialità del Trattato di Lisbona, non esitando a procedere in avanti con i Paesi che lo vogliono, senza necessariamente aspettare che tutto il lungo e lento convoglio dei Ventisette – cui si aggiungerà una decina di altri Paesi nei prossimi anni – si metta in moto, visto le attuali procedure decisionali e il cappio del voto all’unanimità.

Solo una dinamica di “federalismo pragmatico “, con il libero coinvolgimento di chi ci sta, può fare di questa Europa economica e commerciale in difficoltà una potenza in grado di non sottomettersi a Stati Uniti e Cina.

Conforta su questa strada la riuscita della moneta unica, oggi condivisa da 21 Paesi UE, molti di più di quelli che si impegnarono in quell’impresa agli inizi.

Il messaggio di Draghi è ricco di argomentazioni stimolanti , ma già così riassunto dovrebbe “far fischiare le orecchie” a qualcuno, tanto a Bruxelles, dove ricambi ai vertici non sono da escludere, che nelle capitali degli Stati UE, e non solo a Budapest e dintorni. Vale anche più a sud, dove un Paese fondatore come l’Italia continua con il suo attuale governo a traccheggiare tra le due sponde dell’Atlantico in una forma di precario “contorsionismo pragmatico”, dopo aver mancato un’occasione di leadership apicale, al momento della formazione dei Vertici istituzionali europei nel 2024, esaltandosi per la “storica conquista” di una vice-presidenza della Commissione europea di cui oggi sembrano scomparse le tracce.

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