“Tanto tuonò che piovve” è un vecchio proverbio venuto in mente a molti dopo le parole, anche un po’ sgrammaticate e confuse, pronunciate da Donald Trump, e quelle aspre di Zelensky nei confronti dell’Unione Europa, nell’incontro di Davos la settimana scorsa. Parole ascoltate con un senso di sollievo per chi temeva la tempesta, dall’altra non senza qualche preoccupazione per chi sperava nel sereno.
In particolare, per quanto riguardava il futuro della Groenlandia, la nebbia restava fitta in considerazione della prevedibile imprevedibilità di Trump e per la docile subordinazione del Segretario generale della NATO, Mark Rutte, al suo “paparino” americano. Quanto bastava ai leader europei per aspettare di vedere le carte di un accordo di cui si conosceva poco o niente, nonostante che l’oggetto fosse un territorio europeo legato alla sovranità della Danimarca e quindi di stretto interesse dell’Unione Europea.
Non è una novità: sembra ormai usare così per chi opera disinvoltamente fuori delle regole internazionali, come ancora confermato nelle stesse ore con l’azzardata creazione di uno sconclusionato “Consiglio di pace”, oggi per Gaza, domani chissà fin dove, come se l’ONU non esistesse e il padrone del mondo fosse Trump.
Bontà sua se l’autocrate USA, almeno per ora, ha ritirato la minaccia di un intervento militare nell’isola e quella di dazi aggiuntivi per i Paesi UE che in quell’isola hanno simbolicamente manifestato il loro sostegno alla sovranità danese. Senza dimenticare però che, subito dopo, Trump di minacce ne ha proferite di nuove per gli europei che osassero vendere i titoli di Stato USA.
Resta la volontà americana di impossessarsi delle risorse dell’isola, mettendo a frutto l’esperienza predatoria in Venezuela, come annunciato anche nei piani di ricostruzione di Gaza e con quanto di simile potrebbe accadere negli sviluppi di una futura trattativa con l’Ucraina.
L’Unione Europea, militarmente inerme e esclusa da un confronto interno alla NATO riservato ai suoi 24 Paesi che ne fanno parte, non aveva gioco facile se non quello di attivare gli strumenti della sua politica commerciale: per cominciare, mantenendo sospeso lo squilibrato accordo dell’estate scorsa con gli USA, confortata dalla posizione adottata in questo senso dal Parlamento europeo, e se necessario, chiudere a settori importanti di prodotti e servizi USA l’ingresso sul mercato europeo.
Il Consiglio europeo straordinario dei Capi di Stato e di governo, convocato d’urgenza giovedì scorso, aveva il compito non facile di valutare la situazione, misurare il grado di coesione al proprio interno, in un confronto tra leader per i quali con Trump “fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” e quelli, vassalli come Ungheria e dintorni o ancora disperatamente ambigui come i governanti a Roma che temono di irritare l’”amico americano”.
Tra le righe, cordiali ma ferme, della Dichiarazione finale del presidente del Consiglio europeo si legge una provvisoria tregua tra i contendenti sulle due sponde dell’Atlantico, senza che necessariamente abbiano deposto le armi, con l’UE aperta verso una attivazione dell’accordo commerciale squilibrato sottoscritto quest’estate in Scozia, ma senza escludere il possibile ricorso ad altri strumenti di contrasto e restando vigili sugli sviluppi della tensione non spenta sulla Groenlandia, in attesa di un chiarimento di Trump con i diretti interessati, la Danimarca e la Groenlandia.
In questa situazione di grande incertezza sono intervenute a Davos anche le aspre critiche all’UE del leader ucraino Zelensky. Nel merito non dicono molto di nuovo a chi conosce le debolezze dell’UE e le sue potenzialità non sfruttate; ha stupito il luogo, quasi a fare eco alla sguaiata propaganda trumpiana, e il tono inopportuno nel momento in cui l’UE mantiene, non senza difficoltà, il suo sostegno all’Ucraina. E’ facile prevedere che di tutto questo rimarrà traccia tra le forze politiche e i governi europei, anche in vista del futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea per un Paese che in merito già poneva non pochi problemi.













