L’intervento armato di Trump in un Paese sovrano dovrebbe servire da lezione a molti sonnambuli nel mondo, nell’Unione Europea in particolare.
Che il regime venezuelano di Maduro non fosse un esempio di democrazia lo sapevamo, ci illudevamo ancora che una residua democrazia sopravvivesse negli Stati Uniti, anche se da molti indizi avremmo dovuto capire che quando si calpesta lo Stato di diritto, in casa e fuori dai propri confini, la china si fa scivolosa e lo schianto non tarda a manifestarsi.
Se vale la regola che più indizi fanno una prova, adesso questa ce l’abbiamo: dal Medio Oriente al tempo della guerra all’Iraq fino alle recenti irruzioni in occasione dell’esplosione del conflitto israelo-palestinese, gli Stati Uniti ci hanno abituati a queste forzate – e mai riuscite – “esportazioni della democrazia”, come bene hanno imparato i Paesi dell’America latina.
Ma il sommo capolavoro degli “invasori” è di invocare in loro favore il rispetto del diritto internazionale che renderebbe legittimo questi interventi in casa d’altri. Ne ha subito approfittato anche Vladimir Putin, l’ultimo che di diritto internazionale può parlare.
Per quel poco che conta – ma molto per noi cittadini attoniti – vanno registrate a futura memoria le prime dichiarazioni di Palazzo Chigi che, all’insegna del motto che “la migliore difesa è l’attacco”, considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi, come nel caso di entità statali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Da chiedersi quale sostanza abbia la “legittimità” di un intervento come quello di Trump in Venezuela, quale ne sia la fonte, quale il fondamento. Non risulta che una istituzione internazionale ne sia all’origine, non certo l’ONU, invocata anche dai nostri governanti come condizione per intervenire in Ucraina, ma con un “liberi tutti” se a muoversi è l’amico autocrate americano.
Le prime reazioni dei Vertici dell’Unione Europea fanno appello al fantasma del rispetto dello Stato di diritto, sostenendo con toni morbidi “una transizione pacifica” per non disturbare troppo il manovratore che continua a ricattarci, senza nascondere ormai la sua complicità, da invasore ad invasore, con Putin, in attesa che Pechino cucini a fuoco lento Taiwan, prossima preda che non si vede a questo punto come potrà essere difesa.
Non è eccessivo immaginare quanti brutti presagi possano essersi diffusi di questi tempi in Danimarca, visti gli appetiti di Trump sulla Groenlandia, per non parlare di quelli che incombono sul Canada e su Panama. La storia ci ha insegnato come funzionano i confini: se li tocchi in assenza di consenso, può venire giù mezzo mondo: ce lo hanno insegnato due tragiche guerre mondiali e molte di quelle ferite non si sono ancora rimarginate del tutto, mentre nuove ferite si sono aperte, come nel caso dell’Ucraina, mentre un ministro del governo israeliano annuncia che la Cisgiordania è terra di Israele che elogia Trump: “leader del mondo libero”.
Tutto questo mentre Trump si esalta per l’impresa e troppi tacciono, tanti lo approvano e molti lo ammirano. Da sperare che l’Unione Europea si esprima al più presto con voce forte e chiara, se vuole restare credibile per chi spera nella difesa della democrazia e della sovranità europea.













