In questo inizio anno 2026, pieno di sconvolgimenti politici, di cambiamenti sullo scacchiere globale, di crescente indifferenza nei confronti del diritto e della giustizia internazionali, cresce forte il desiderio di parlare di pace, di dialogo, di cooperazione, di speranza. Soprattutto nel giorno in cui gli Stati Uniti dichiarano ufficialmente il loro ritiro da 66 Organizzazioni internazionali di cui buona parte appartenenti alle Nazioni Unite.
La voglia è quella di rifugiarci nelle confortanti parole di chi, in passato, ha praticato la non violenza, la tolleranza, la fratellanza e l’amore per la pace, proprio per rimettere sotto i riflettori della vita i valori che sembrano sfuggirci di mano, valori coraggiosamente scolpiti in tante Costituzioni e Leggi fondamentali, consegnati anche ad Istituzioni sovranazionali con il compito di garantire, attraverso un dialogo multilaterale, la pace e la sicurezza internazionali.
Al riguardo, il Palazzo di vetro dell’ONU a New York è quindi sempre più silenzioso, si direbbe abitato da ombre che non hanno più voce per dire il diritto e per spingere i Paesi alla cooperazione e al dialogo su sfide comuni. Anche le sentenze della Corte internazionale di giustizia spesso stentano ad essere considerate o applicate, anche quando di mezzo ci sono crimini di guerra e contro l’umanità.
Questa constatazione significa anche quanto sia urgente riformare le Istituzioni sovranazionali, nate già, come l’ONU, proprio nel 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, con l’obiettivo di garantire la sicurezza e la pace. Sono Istituzioni che vanno ripensate e adattate ad un mondo che, nel frattempo, ha subito significativi cambiamenti, non foss’altro che a livello della rappresentatività in seno al Consiglio di sicurezza (i membri permanenti sono tuttora Russia, Cina, Stati Uniti, Francia e Regno Unito) e della loro facoltà di veto. Al riguardo non è difficile capire perché le risoluzioni dell’ONU non vedano la luce o non vengano rispettate.
E allora proviamo ad ascoltare alcune delle voci più autorevoli in tema di dialogo fra i Paesi e di pace fra i Popoli e immaginare che risuonino fra le mura del Palazzo di vetro, ricordandoci il loro impegno al riguardo. Sono molte le voci che hanno lasciato un’impronta significativa, voci spesso ingiustamente dimenticate o abbandonate nel passato.
Risuonano miti, ad esempio, le parole del Mahatma Gandhi, quando dice “la non violenza è la più forte arma mai inventata dall’uomo”, capace di raggiungere libertà, giustizia e democrazia senza uccidere nessuno ….Gli fa eco la voce di Martin Luther King in un lungo discorso di portata universale: ”Io ho un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno dell’America. Che un giorno questa nazione si alzerà e vivrà il vero significato del suo credo: “Noi riteniamo naturale questa verità: tutti gli uomini sono stati creati uguali”.
Le voci continuano a rincorrersi, a ritrovarsi nel credo degli uni e degli altri. Si alza quella di Nelson Mandela, il quale, dopo 27 anni di prigione, continuava a sognare e sperare: “Non dobbiamo mai perdere la speranza o rinunciare ai nostri sogni”. Mandela voleva porre fine all’apartheid in Sud Africa, sogno quasi impossibile e strada lastricata di difficoltà, ma non si è mai arreso.
Il dialogo continua e vorremmo non si spegnesse mai all’interno di quel Palazzo e diventasse un dialogo ritrovato fra i Popoli per affrontare le tante sfide globali che ci attendono, dalla fine delle guerre alla pace condivisa, dalla salute del Pianeta alla lotta alle diseguaglianze, dalle migrazioni ad una cultura dell’accoglienza e della condivisione. Anche noi abbiamo un sogno….













