Invito alla lettura: “Nelle tempeste d’acciaio”

di Gian Enrico Rusconi (ed. Laterza, 2012)

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Il libro per cui ci s’appresta a redigere una nota di invito alla lettura è senza dubbio opera complessa sotto molti punti di vista. È dunque necessario inizialmente considerarla da un punto di vista strettamente letterario, scevro cioè da considerazioni storiche e biografiche. “Nelle tempeste di acciaio” (In Stahlgewittern) è un libro per palati fini e stomaci forti. La prosa piana e misurata, tutto fuorché ridondante ma anzi essenziale nelle descrizioni degli avvenimenti, si dipana con incedere inesorabile nel terribile racconto dell’immane tragedia che fu la prima guerra mondiale sul fronte occidentale. Affine al modo distaccato e oggettivo di narrare del naturalismo francese, l’autore restituisce in maniera vivida e diafana la logorante dimensione della guerra di trincea. V’è forse un’opera cinematografica che, benché tratta da un altro libro, è per certi versi simile a “Nelle tempeste di acciaio” per la centralità assegnata ad un realismo oggettivo e minimale nelle descrizioni dell’oscenità della guerra, e si tratta di Westfront 1918 di Georg Whilelm Pabst, del 1930. Questo distacco, questa imparziale neutralità rispetto alla materia viva del racconto, non è esente da elementi contraddittori nel momento in cui si considera l’io-narrante. Ernst Jünger è infatti il giovane tenente tedesco che, a guerra finita, ci restituirà questo libro, avvincente e agghiacciante, in base al diario tenuto durante quattro anni trascorsi quasi interamente in trincea, passando per le più cruente e sanguinose battaglie del fronte occidentale. Un moto di indignazione può infatti nascere nel lettore poiché alla incessante crudezza della narrazione mai è associato alcun tipo di giudizio morale, mai l’autore dà voce alla propria coscienza, neppure quando di sé riferisce episodi di una violenza che appare insensata, gratuita. Eppure si possono qui forse rintracciare le conseguenze di una scelta stilistica portata deliberatamente all’estremo da chi, è bene non dimenticare, di quel macello fece esperienza diretta e per ben quattro anni ne sopravvisse. Il soldato di quella guerra, indipendentemente dalla divisa indossata, era parte di un meccanismo impersonale di distruzione. Ogni retaggio o sopravvivenza di cavalleria e virtù guerresche quel conflitto estinse. Il soldato della “Grande” guerra, costretto nel marciume delle trincee, uccideva e veniva ucciso per strage o per omicidio, nel vuoto di senso bellico o militare in cui era calato veniva cioè trasformato in sicario. E, come si sa, non v’erano molte alternative. Quello che durante l’Europa della belle époque appariva un incontrovertibile moto verso il progresso, in pochi anni si impantanò nel fango delle trincee tramutando le sue illusioni in stragi ed epidemie. Non a caso in molti individuano proprio nella Prima guerra mondiale l’inizio del declino dell’Europa occidentale dopo l’acme raggiunto a cavallo dei due secoli. In altre parti del racconto emerge un’alta concezione del nemico, mai considerato con odio bensì con rispetto in misura del suo valore. Questo soprassalto cavalleresco entra però inevitabilmente in contraddizione con parti della narrazione in cui viene descritto l’omicidio del nemico a freddo, presentato quasi come indice di abilità venatoria. Oltre alla completa assenza del metro etico, manca anche del tutto qualsiasi accenno alla dissennatezza strategica di quel conflitto e dei generali che comandavano gli eserciti. Ciò non toglie che questo libro sia un potentissimo documento sull’insensatezza di quella guerra, meno simile, nella sua cruda neutralità, all’opera letteraria strettamente intesa che al documento storiografico appunto.  Quest’opera di Jünger subirà poi gli eccessi di critiche contrapposte, anche nei terribili anni tedeschi del dopoguerra. L’autore stesso peraltro non è esente da ombre e pesanti errori, in quegli stessi anni. Non vanno però scordati l’importanza documentale dell’opera e il suo pedagogico realismo. Se si vuole trovare un corrispettivo letterario italiano si deve far menzione del misconosciuto Trincee, di Carlo Salsa. Anch’essa opera di un reduce come Jünger, Trincee è affine dal punto di vista stilistico nella trattazione della tragedia della guerra di posizione, ma allo stesso tempo non si sottrae alla denuncia dell’assurdità di quella guerra e di quelle morti.

Scheda a cura di Francesco Squarotti

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