Groenlandia, un’isola pericolosamente in bilico

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Singolare condizione quella della Groenlandia, con una storia complicata che annuncia un futuro complesso, sperando non viri al drammatico.

E’ la maggiore isola della Terra, dieci volte più grande del Regno Unito con una popolazione equivalente a quella del comune di Cuneo, una posizione geografica che incrocia, nella storia e nell’attualità, gli interessi di Europa, Stati Uniti e Russia, senza dimenticare quelli ancora sottotraccia della Cina. 

L’evoluzione delle condizioni climatiche la proiettano verso un più facile accesso alle sue importanti ricchezze minerarie e verso la praticabilità di nuove rotte marittime destinate a modificare la competizione commerciale tra i suoi tre grandi vicini.

Anche la sua storia è complicata: terra oggetto di sfruttamenti coloniali da parte di Norvegia e Danimarca, con la riforma del 1953 la Groenlandia è stata integrata nella Danimarca dalla quale nel 1979 ha ottenuto una forma di autogoverno, partecipando con questa alla cooperazione internazionale, ma uscendo ufficialmente dall’UE nel 1985 a seguito di un referendum.

Come se non bastasse sono anche particolari i suoi rapporti con la NATO, cui è collegata grazie alla condivisione della politica estera della Danimarca che però, a sua volta, oltre a non aderire alla saldatura politica con l’UE con l’adozione dell’euro, abbia anche ottenuto con il Trattato di Maastricht del 1992 esenzioni in materia di politica di sicurezza e di difesa europea.

La complessità delle relazioni internazionali della Groenlandia non autorizza a negare che la sua storia sia legata a quella dell’Europa e che il suo popolo abbia pieno diritto all’autodeterminazione e all’integrità territoriale, come esplicitamente ricordato dall’Unione Europea, attenta al rispetto del diritto internazionale. Ne consegue che la Groenlandia non possa essere annessa d’imperio agli USA per le sole esigenze di sicurezza nazionale accampate da Trump, con il rischio di un conflitto tra alleati e il “suicidio” della NATO, con tutto quello che ne deriverebbe  per la pace in Europa, a cominciare dall’Ucraina privata del sostegno USA, e per l’Unione Europea.

Che fare allora per venirsene fuori incolumi da questo ginepraio? Intanto cominciando con il “non farla facile”: storia, geografia, interessi economici, commerciali e militari convergono nel farne un nodo difficile da districare, compreso nel quadro delle responsabilità proprie dell’Unione Europea, e senza dimenticare l’imprevedibilità di Trump, riemersa con il rilancio della “guerra dei dazi”  ai Paesi europei che si sono espressi contro la sua volontà di annettersi la Groenlandia.

Nella prospettiva di un dialogo tra i diversi contendenti e dei necessari chiarimenti sulle rispettive responsabilità politiche, oltre che giuridiche, la Danimarca potrebbe prendere rapidamente in considerazione una rinuncia alle sue esenzioni comunitarie, in materia di politica di sicurezza, e il rafforzamento della coesione politica UE, grazie all’adozione dell’euro, e procedere d’intesa con la Groenlandia ad un’aggregazione più salda nella qualità di un suo  “Territorio d’oltre mare”, come nel caso dei possedimenti francesi oltre oceano.

Nei prossimi giorni le Istituzioni UE valuteranno una risposta proporzionata a Trump, senza escludere possibili contro-dazi per oltre 90 miliardi di euro e, se necessario, la chiusura del mercato europeo a prodotti e servizi USA. Nel frattempo verrà mantenuta aperta la porta al dialogo, valutato il grado di coesione politica interna all’UE, con un occhio attento al posizionamento in particolare dell’Italia in “postura acrobatica” tra Trump e UE,  ma senza dimenticare che già troppe volte, come a proposito dei dazi USA e dell’aumento della spesa militare, l’Europa si è inginocchiata davanti a Trump ottenendo poco o niente, malgrado gli strumenti di contrasto di cui dispone.

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