Affidare l’Unione Europea alla saggezza della Bibbia 

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Nella crescente confusione di questi tempi bui, nei quali l’antica razionalità occidentale sembra evaporata, in particolare a fronte dell’ignoranza totale di Donald Trump del fondamentale principio di non contraddizione, può essere utile tornare alla saggezza biblica, espressa nel cap. 3 dell’Ecclesiaste. 

Si tratta di un testo che meriterebbe una quotidiana lettura integrale, che qui limitiamo ad alcuni passaggi, dove si dice che “Per ogni cosa c’è il suo tempo, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire… un tempo per demolire e un tempo per costruire… un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli…”. A leggerlo viene in mente il coro di quanti, di colore politico diverso, denunciano il declino dell’Unione Europea, della sua irrilevanza, se non della sua morte.

Sono parole che abbiamo sentito ripetere la settimana scorsa da personalità diverse per qualità e colore politico, con percorsi coerenti, ondeggianti o contraddittori, come negli interventi recenti di Romano Prodi, Mario Draghi e Giorgia Meloni.

Su “La Repubblica”, Prodi ha rilasciato il 27 agosto un’intervista sconfortata sulla china su cui sta scivolando l’Unione Europea, umiliata dal patto Trump-Putin e con i suoi principali leader, corsi come scolaretti alla Casa Bianca, in una sceneggiata triste e senza risultati concreti. Da politico serio, che sa di che cosa parla a proposito di Europa, Prodi non si ferma al “tempo della demolizione” ma apre al “tempo della costruzione”, ben consapevole di che cosa l’Unione abbia rappresentato per i suoi cittadini in questi settant’anni, se non di pace almeno di tregua, in cui è cresciuta economicamente e territorialmente, anche se non abbastanza socialmente e politicamente. Ed è proprio su questi due versanti che bisogna tornare ad investire per ricostruire l’UE, anche affrontando la scommessa di “un grande referendum informale” per chiedere ai cittadini europei; “Volete togliere l’unanimità che è nemica della democrazia?”.

Sul tema anche l’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini, in continuità con gli allarmi dei mesi scorsi, irritato per la polvere che si sta accumulando sul suo Rapporto sulla competitività e con vista su quanto potrebbe succedere a Ursula von der Leyen, alla presidenza della Commissione europea. Al centro della denuncia la debolezza economica dell’UE e le sue reiterate proposte di investimenti straordinari per il suo rilancio, visto come è “evaporato il suo potere geopolitico”, in particolare nei suoi deprimenti rapporti con Trump, tanto sul versante delle due guerre che su quello dei dazi.

Non sorprende che Draghi, ex-presidente della Banca centrale europea,  abbia concentrato il suo intervento sulla dimensione economica, un limite che però non sfugge a Prodi per il quale serve “la difesa e la politica estera comune. Altrimenti restiamo vassalli. Dobbiamo fare politica”. Un invito ad un maggiore impegno per “il tempo della costruzione” della nuova Unione.

E, infine, anche se di qualità minore, il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini che ha ripreso il coro sulla “irrilevanza UE”, a suo agio nel “tempo per gettare sassi”.

Alla presidente del Consiglio italiano, ma anche a Draghi, andrebbe rivolta rispettosa domanda: “Dove eravate quando l’Unione, non da ieri, andava disunendosi?” 

Mentre Prodi può far valere il suo coerente impegno europeo negli anni, tanto come presidente del Consiglio, che come presidente della Commissione europea – basti ricordare la creazione dell’euro e il contributo alla riunificazione continentale – qualche interrogativo resta per Draghi, salvatore dell’euro ma anche corresponsabile nella Troika (Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Banca centrale europea) nella gestione del dramma finanziario greco, quando la disoccupazione nel 2013 raggiunse il 27,5%, e l’UE subì una pesante politica di austerità.

Della presidente del Consiglio dovrebbe essere superfluo ricordare il suo percorso politico. Il suo orientamento nazionalista da sempre, appena mascherato negli ultimi tempi, racconta di un atteggiamento ostile alla costruzione di un’Unione politica, come dimostra il suo persistente rifiuto della modifica del voto all’unanimità e come confermano le permanenti ambiguità nei suoi posizionamenti tra Bruxelles e Washington. 

Da chiedersi come adesso possa senza imbarazzo parlare di irrilevanza dell’Unione Europea, limitandosi al “tempo per gettare sassi” invece di servirsene per ricostruire la nostra casa comune.

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